Antonio Nibby

Antonio Nibby (Roma, 14 aprile 1792 – Roma, 29 dicembre 1839) è stato uno storico, archeologo e topografo italiano.
Nacque a Roma il 14 aprile 1792, in una casa sita al civico 4 di via di Pescaria (oggi via del Portico d'Ottavia 7), e fu battezzato il medesimo giorno nella chiesa di Santa Maria in Publicolis, filiale della Basilica di San Lorenzo in Damaso; l'atto recita testualmente: “Die 14 dicti (aprile). Antonium, Georgium, Ardalionem natum hoc mane ex Vincentio Nibbi ab Amatrice et Magdalena Gianni Romana coniugibus, Parochiae S. Mariae in Publiculis (...) baptizavi; matrina Sigismunda Bizzari obstetrix Parochiae ejusdem”. La sua famiglia era originaria di S. Giorgio, frazione di Amatrice, oggi in provincia di Rieti ma all'epoca nel Regno di Napoli. Suo nonno Gaspare Nibbi (è questa la forma regolare del cognome, ancora oggi esistente in diverse frazioni di Amatrice), infatti, si era stabilito sin dalla metà del XVIII secolo a Roma, nella scomparsa piazza Montanara (presso il Teatro di Marcello), dove possedeva una bottega di "salumaro". Solo saltuariamente - e per brevi periodi - Gaspare soggiornò ad Illica, frazione di Accumoli, dove nel 1764 nacque il figlio Vincenzo, padre di Antonio; ma dalla seconda metà del ‘700 Gaspare visse sempre con la famiglia a Roma, dove morì nel 1808. Nel 1783 Vincenzo andò ad aiutare uno zio nella sua bottega con annessa abitazione in via di Pescaria, poco lontano da uno dei portoni del Ghetto, che rilevò nel 1788, dove nacque Antonio, e nella quale visse sino alla morte (1813). Antonio Nibby morì a Roma, nella sua casa di via di Ripetta 210, dove viveva sin dal 1824, a soli 47 anni il 29 dicembre 1839, probabilmente a causa di una polmonite o febbri malariche contratte nel corso delle sue esplorazioni nella Campagna romana, e fu sepolto nel cimitero del Verano, nella piccola cappella del Suffragio.
Dopo aver seguito gli studi nel Collegio Romano, il 28 dicembre 1809, a soli 17 anni, con alcuni compagni di scuola, diversi eruditi e personaggi legati al mondo culturale francese o che ricoprivano incarichi amministrativi a Roma (all'epoca annessa all'Impero Francese), fondò l'Accademia Ellenica per promuovere gli studi sulla lingua e letteratura greca. A causa di alcuni dissidi, tuttavia, nell'aprile 1813 ventisei soci (tra cui il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli) se ne distaccarono fondando una nuova accademia, denominata Tiberina, che diversamente dall'Ellenica si ricollegava alla tradizione culturale romana. Ristabilito il governo pontificio (24 maggio 1814), l'Accademia Ellenica fu soppressa, in quanto ritenuta troppo legata al passato governo francese, mentre l'Accademia Tiberina poté continuare le proprie adunanze. Il 2 dicembre 1815 sposò Maria Valburga Viviani, originaria di Lucca, dalla quale ebbe undici figli, di cui sette sopravvissuti.
Dal 1816, divenuto membro dell'Accademia Romana di Archeologia (ed in seguito di numerose altre Accademie, italiane ed estere), ebbe inizio la sua produzione scientifica: a parte la Descrizione della Grecia di Pausania (1817-1818), unico esempio di una sua traduzione (criticata da Giacomo Leopardi), i suoi due principali ambiti di ricerca furono lo studio della topografia di Roma e della Campagna romana, e l'attività divulgativa sotto forma di guide - come, per esempio la riedizione della Roma antica di Famiano Nardini arricchita di note ed osservazioni critico-antiquarie (1818-1820) e l'Itinerario istruttivo di Roma antica e moderna [...] e delle sue vicinanze del cavaliere M. Vasi antiquario romano, riveduta, corretta ed accresciuta da A. Nibby (1818), che conobbe numerose ristampe ed aggiornamenti per tutto il XIX secolo e fu molto apprezzata da coloro che si recavano a Roma nel corso del Grand Tour - e di "viaggi antiquari" (Ne' contorni di Roma, lungo la via Portuense, a Villa Adriana, alla villa di Orazio e a Subiaco, ad Ostia). Di questa rinnovata guida, l'edizione più nota è quella che ha le immagini incise da Gaetano Cottafavi e da Domenico Amici.
Nel dicembre 1820 divenne professore di archeologia nell'Archiginnasio romano della Sapienza, incarico che mantenne sino alla morte. Nel 1822 fu richiamato quale scrittore di lingua greca alla Biblioteca Vaticana (lo era già stato dal gennaio 1813 al maggio 1814), venendo ufficialmente nominato nel marzo 1825. In questo stesso anno divenne membro del Collegio Filologico della Facoltà di Lettere, e della Commissione generale consultiva di Antichità e Belle Arti, che aveva compiti di vigilanza e tutela del patrimonio artistico ed archeologico dello Stato Pontificio.
Al Nibby si devono alcune importanti identificazioni: la basilica di Massenzio, poi di Costantino, sino ad allora ritenuta essere il "Tempio della Pace" fatto costruire dall'imperatore Vespasiano (1818); la statua del Gladiatore morente conservata nei Musei capitolini, riconosciuta invece trattarsi di un Galata morente, copia romana di una delle statue facenti parte del monumento di Attalo I di Pergamo, eretto per commemorare la sua vittoria contro i Galati (1821); l'attribuzione, ancora una volta a Massenzio, del circo fin allora ritenuto di Caracalla (1825), e ai fratelli Quinitili dei resti della villa sulla sinistra del V miglio dell'Appia antica (1828-1829).
Dal novembre 1827 ad agosto 1832, inoltre, con Giuseppe Valadier diresse i lavori di scavo della valle del Colosseo e di parte del Foro Romano, che portarono alla luce l'originaria pavimentazione dell'area compresa tra il Colosseo, gli archi di Costantino e di Tito ed il tempio di Venere e Roma, e della zona alle pendici del Campidoglio sin verso l'arco di Settimio Severo.
Tra le sue opere più importanti, si ricordano la Carta de' dintorni di Roma (1827) realizzata insieme con l'archeologo inglese sir William Gell, risultato di cinque anni di ricognizioni topografiche nella Campagna Romana, prima carta archeologica del Lazio realizzata con metodi trigonometrici per posizionare correttamente le varie località sulla carta stessa; l'Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma (1837), a commento della Carta pubblicata nel 1827, opera molto importante per la storia e la topografia della Campagna Romana; e Roma nell'anno 1838, in quattro volumi, considerata una delle migliori guide della città tra quelle scritte nella prima metà dell'800.

Riferimenti bibliografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby
Riferimenti fotografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby#/media/File:Antonio_Nibby.jpg

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Ettore Roesler Franz

Ettore Roesler Franz (Roma, 11 maggio 1845 – Roma, 26 marzo 1907), pittore italiano noto per l'uso della tecnica dell'acquerello, fondatore e più volte Presidente della Associazione degli Acquarellisti romani, appartenente alla corrente dei Realisti del tardo Ottocento. I suoi quadri sono una rara testimonianza a colori del mutamento della società alla fine del XIX secolo, rendendoci oggi un'immagine di Roma prima della nuova struttura urbanistica.
Figlio di Luigi e Teresa Biondi, la sua famiglia, tedesca dei Sudeti, arriva a Roma all'inizio del Settecento ed è citata in alcuni sonetti di Giuseppe Gioachino Belli. Ettore inizia la sua attività artistica a 18 anni, dopo essere stato allievo dei Fratelli delle scuole cristiane di Trinità dei Monti, frequenta l’Accademia di San Luca insieme al suo amico fraterno Ettore Ferrari, poi deputato e Gran Maestro della Massoneria italiana e noto per il monumento a Giordano Bruno in piazza Campo de' Fiori a Roma.
Fin da giovane, Ettore ha un ottimo collegamento con gli ambienti anglosassoni, con cui condivide sia la passione per le passeggiate tra le rovine romane e la via Appia Antica, sia interessi lavorativi, essendo impiegato dal 1864 al 1872 al consolato inglese dove conosce il console Joseph Severn, valido acquarellista ed amico fraterno di John Keats.
In questi anni, Ettore Roesler Franz perfeziona la tecnica dell'acquarello perché lo ritiene il mezzo migliore per riprodurre le vedute campestri e la trasparenza dei cieli e delle acque.
Nel 1875, insieme a Nazzareno Cipriani, stende il progetto per l'Associazione degli Acquarellisti romani, cui aderiscono come soci fondatori Cesare Biseo, Vincenzo Cabianca, Onorato Carlandi, Pio Joris, Cesare Maccari, Attilio Simonetti, Gustavo Simoni e lo spagnolo Ramon Tusquetz. Nel 1876, gli associati organizzano la loro prima mostra collettiva.
Di tutte le opere realizzate, quella che più gli ha dato notorietà è la Roma Sparita, per dirla con le sue parole: «Roma pittoresca. Memorie di un'era che passa». Si tratta di 120 acquerelli (di dimensione di circa 53×75 cm, orizzontali o verticali), suddivisi in tre serie di 40, e realizzati tra il 1878 e il 1896. Rappresentano efficaci testimonianze visive che precedono gli storici mutamenti nella struttura urbanistica di Roma, grazie alle quali è oggi possibile avere una documentazione storica degli scorci che stavano scomparendo.
Ettore Roesler Franz è stato tra i primi pittori a dipingere il Ghetto di Roma. Oltre agli scorci di Roma, i soggetti principali che raffigura sono, la via Appia, gli acquedotti, Tivoli, Villa d'Este e i suoi dintorni, le paludi e le campagne.
In parallelo all'attività romana, l'artista si muove con costanza in tutta Europa, come dimostrano le 23 esposizioni all'estero e le 46 in Italia. Diciannove delle sue opere in questo periodo vengono acquistate da clienti "eccellenti": l'imperatrice Maria Fedorovna di Danimarca, vedova dello zar di Russia Alessandro III, e suo figlio il Granduca Giorgio; Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III di Savoia; inoltre la regina Margherita e il Granduca d’Assia. Tra i suoi maggiori estimatori, ha anche lo storico tedesco e cittadino onorario di Roma Ferdinand Gregorovius. Sei acquerelli furono comprati dall'allora Ministro delle finanze e statista Quintino Sella (1827-1884). Un'altra conoscenza di spessore è quella con Giacomo Balla, che segna il suo esordio internazionale proprio con un ritratto ad olio di Ettore a Villa d’Este del 1902, con il quale viene ammesso alla Biennale di Venezia nel 1903. Da Balla, Franz impara molto nell'arte dell'acquerello, tra cui la tecnica del chiaro scuro.
Ettore Roesler Franz muore nella sua abitazione di piazza S. Claudio, all'età di 62 anni ed è sepolto nel Cimitero del Verano di Roma. Nella sua discendenza, Matteo Roesler Franz, famoso architetto romano.
Oltre alla collezione Roma Sparita, altri due acquerelli di Ettore Roesler Franz sono di proprietà del Comune di Roma e conservati al Museo di Roma a Palazzo Braschi.
Altri due acquerelli sono di proprietà pubblica: il primo ritrae "Re Vittorio Emanuele II di Savoia durante la sua prima visita ufficiale a Roma del 31 dicembre 1870 dopo l'inondazione del Tevere" e testimonia la venuta nella capitale del re sabaudo 100 giorni dopo la presa di Porta Pia, appartiene al Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano di Roma; il secondo raffigura "Ponte Lupo - Poli 1898" ed appartiene al Comune di Tivoli. Questo secondo quadro fu donato da Ettore Roesler Franz l'8 dicembre 1903, per ricambiare la Giunta comunale di Tivoli per la consegna della pergamena della cittadinanza onoraria. Altre sue cinque opere sono in musei privati: un acquerello nel Museum of Fine Arts di Boston, due al Southampton City Art Gallery, un altro alla Art Gallery of New South Wales di Sydney e un olio al Colchester & Ipswich Museum.

Riferimenti bibliografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Roesler_Franz
Riferimenti fotografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Roesler_Franz#/media/File:Ettore_Roesler_Franz.jpg

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Claudio Villa

Claudio VillaClaudio Villa, nome d'arte di Claudio Pica (Roma, 1º gennaio 1926 – Padova, 7 febbraio 1987), è stato un cantante e attore cinematografico italiano.

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Colosseo – Galleria fotografica


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Santa Maria della Consolazione

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TUaROMA ricorda di osservare un comportamento consono durante la visite nella Chiesa
La chiesa di Santa Maria della Consolazione, è una chiesa di Roma, nel rione Campitelli, che si affaccia sulla piazza omonima, vicino al Foro Romano e ai piedi della Rupe Tarpea.
La chiesa dunque, costruita nella seconda metà del XV secolo, fu chiamata della consolazione per consolare i condannati a morte, le cui sentenze venivano eseguite fino al 1550 nella vicina Rupe Tarpea. Fu poi ricostruita negli anni 1583-1606, e la facciata terminata solo nel 1827.
L’interno è a tre navate con cinque cappelle per lato. Tra le opere principali, si possono annotare: Storie della Passione, affreschi di Taddeo Zuccari del 1556;  Madonna col bambino e santi di Livio Agresti (1575); un’icona di Maria del XIII secolo; all’altare maggiore, affresco di S. Maria della Consolazione, di epoca medievale, restaurato da Antoniazzo Romano; Natività, Assunzione e Scene della vita di Maria e Gesù del Pomarancio; Sposalizio mistico di S. Caterina, rilievo marmoreo di Raffaello da Montelupo (1530).

fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_della_Consolazione_(Roma)

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Colonna Traiana

La Colonna Traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano: rievoca infatti tutti i momenti salienti di quella espansione territoriale. Si tratta della prima colonna coclide mai innalzata. Era collocata nel Foro di Traiano, in un ristretto cortile alle spalle della Basilica Ulpia fra due (presunte) biblioteche, dove un doppio loggiato ai lati ne facilitava la lettura. È possibile che una visione più ravvicinata si potesse avere salendo sulle terrazze di copertura della navata laterale della Basilica Ulpia o su quelle che probabilmente coprivano anche i portici antistanti le due biblioteche. Una lettura "abbreviata" era anche possibile senza la necessità di girare intorno al fusto della colonna per seguire l'intero racconto, seguendo le scene secondo un ordine verticale, dato che la loro sovrapposizione nelle diverse spire sembra seguire una logica coerente.
La Colonna Traiana fu una novità assoluta nell'arte antica e divenne il punto di arrivo più all'avanguardia per il rilievo storico romano. Nella Colonna Traiana si assiste per la prima volta nell'arte romana a un'espressione artistica nata legittimamente autonoma in ogni suo aspetto (anche se culturalmente in continuazione del ricco passato).
La colonna coclide fu inaugurata nel 113, con un lungo fregio spiraliforme che si avvolge, dal basso verso l'alto, su tutto il fusto della colonna e descrive le guerre di Dacia (101-106), forse basandosi sui perduti Commentarii di Traiano e forse anche sull'esperienza diretta dell'artista. L'iscrizione dei Fasti ostienses ci ha tramandato anche la data dell'inaugurazione, il 12 maggio.
La colonna aveva una funzione pratica, testimoniata dall'iscrizione, cioè ricordare l'altezza della sella collinare prima dello sbancamento per la costruzione del Foro ed accogliere le ceneri dell'imperatore dopo la sua morte. Inoltre il fregio spiraliforme ricordava a tutti le imprese di Traiano celebrandolo come comandante militare.
La Colonna rimase sempre in piedi anche dopo la rovina degli altri edifici del complesso traianeo e le fu sempre attribuita grande importanza: un documento del Senato medievale del 1162 ne stabiliva la proprietà pubblica e ne proibiva il danneggiamento.
Una piccola chiesa (San Niccolò de Columna), che doveva sorgere ai piedi del monumento, è ricordata a partire dal 1032, insieme ad un oratorio posto sulla sommità della Colonna, ma risale forse all'VIII-IX secolo. La chiesa fu probabilmente eliminata in occasione della venuta a Roma di Carlo V nel 1546. Sempre nel corso del XVI secolo si fece spazio intorno alla Colonna con l'eliminazione di alcuni edifici privati, mentre il basamento fu parzialmente liberato dall'interro. Sotto papa Sisto V, nel 1588, con il restauro ad opera di Domenico Fontana, si pose sulla sommità del fusto la statua in bronzo di san Pietro e fu eretto un muro di recinzione.
Nel 1787 Goethe durante la sua lunga permamenza a Roma racconta d'essere salito sulla colonna Traiana e di aver visto da lì il panorama della capitale: « Salii verso sera sulla colonna Traiana, da cui si gode un panorama incomparabile. Visto di lassù, al calar del sole, il Colosseo sottostante si mostra in tutta la sua imponenza; vicinissimo è il Campidoglio, più addietro il Palatino e il rimanente della città. Poi, a tarda ora, tornai a casa passeggiando lentamente per le vie. Un luogo straordinario è la piazza di Monte Cavallo con l'obelisco. »
L'area con il basamento in vista venne ancora sistemata e ripulita a più riprese fino ai primi scavi degli inizi del XIX secolo.
La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 39,86 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). L'ordine della colonna è quello dorico riadattato, come testimoniano alla sommità le scanalature sotto il fregio spiraliforme, il capitello decorato da un kyma a ovoli e con la base a forma di corona su plinto. La colonna è costituita da 18 colossali blocchi in marmo pario, ciascuno dei quali pesa circa 40 tonnellate ed ha un diametro di 3,83 metri. Essi vanno a comporre i 17 rocchi, la base, il capitello e l'abaco. In origine sulla sommità era collocata una statua bronzea di Traiano.
L'alto basamento è ornato su tre lati da cataste d'armi a bassissimo rilievo. Sul fronte verso la basilica Ulpia è presente un'epigrafe redatta in carattere lapidario romano e sorretta da vittorie, che commemora l'offerta della colonna da parte del senato e del popolo romano e inoltre testimonia come la colonna rappresentasse l'altezza della sella tra Campidoglio e Quirinale prima dei lavori di sbancamento operati da Traiano per la costruzione del Foro. Agli angoli del piedistallo sono disposte quattro aquile, che sorreggono una ghirlanda di alloro. Al di sotto dell'epigrafe si trova la porta che conduce alla cella interna al basamento, dove vennero collocate le ceneri di Traiano e della consorte Plotina e dove comincia una scala a chiocciola di 185 scalini per raggiungere la sommità. La scala venne illuminata da 43 feritoie a intervalli regolari, aperte sul fregio ma non concepite all'epoca della costruzione.
I 200 metri del fregio istoriato continuo si arrotolano intorno al fusto per 23 volte, come se fosse un rotolo di papiro o di stoffa, e recano circa 100-150 scene (a seconda di come si intervallano) animate da circa 2500 figure. L'altezza del fregio cresce con l'altezza, da 0,89 a 1,25 metri, in maniera da correggere la deformazione prospettica verso l'alto.
Secondo Salomon Reinach il rilievo è divisibile in 114 riquadri di larghezza uguale, dove sono illustrati gli avvenimenti della prima campagna del 101-102 (scene 1-57) e della seconda campagna dacica del 105-106 (scene 59-114), con al centro una figura allegorica di Vittoria tra trofei nell'atto di scrivere le Res gestae (scena 58).
La narrazione è organizzata rigorosamente, con intenti cronistici. Seguendo la tradizione della pittura trionfale vengono rappresentate non solo le scene "salienti" delle battaglie, ma esse sono intervallate dalle scene di marcia e trasferimenti di truppe (12 episodi) e da quelle di costruzione degli accampamenti e delle infrastrutture (ben 17 scene, rappresentate con estrema minuzia nei dettagli). In questa scansione degli eventi compaiono poi gli avvenimenti significativi dal punto di vista politico, come il consilium (scena 6), l'adlocutio (scene 11, 21, 33, 39, 52-53, 56, 77 e 100), la concessione degli ornamenta militaria, di legatio (ambascerie), di lustratio (sacrifici augurali), di proelium (battaglie o guerriglia), di obsidio, di ambascerie, di sottomissioni, di nemici catturati; a queste vanno aggiunte alcune scene più specificatamente propagandistiche, come le torture dei prigionieri romani da parte dei Daci (scena 33), il discorso di Decebalo (104), il suicidio dei capi daci col veleno (scene 104 e 108), la presentazione della testa di Decebalo a Traiano (109), l'asportazione del tesoro reale (103).
Le scene sono ambientate in contesti ben caratterizzati, con rocce, alberi e costruzioni: per questo sembrano riferirsi ad episodi specifici ben presenti nella mente dell'artefice, piuttosto che a generiche rappresentazioni idealizzate.
Non mancano notazioni più puramente temporali, come la mietitura del grano (scena 83) per alludere all'estate quando si svolsero gli avvenimenti della seconda campagna dell'ultima guerra: importante ruolo hanno tutti quei dettagli capaci di chiarire allo spettatore il momento e il luogo di ciascun avvenimento rappresentato, secondo uno schema il più chiaro e didascalico possibile.
Completava il rilievo un'abbondantissima policromia, spesso più espressiva che naturalistica, probabilmente con nomi di luoghi e personaggi, oltre a varie armi in miniatura in bronzo messe qua e là in mano ai personaggi (spade e lance non sono infatti quasi mai scolpite), e ora del tutto perdute.
La figura di Traiano è raffigurata 59/60 volte e la sua presenza è spesso sottolineata dal convergere della scena e dello sguardo degli altri personaggi su di lui; è alla testa delle colonne in marcia, rappresentato di profilo e con il mantello gonfiato dal vento; sorveglia la costruzione degli accampamenti; sacrifica agli dei; parla ai soldati; li guida negli scontri; riceve la sottomissione dei barbari; assiste alle esecuzioni.
Un ritmo incalzante, d'azione, collega fra loro le diverse immagini il cui vero protagonista è il valore, la virtus dell'esercito romano. Note drammatiche, patetiche, festose, solenni, dinamiche e cerimoniali s'alternano in una gamma variata di toni e raggiungono accenti di particolare intensità nella scena della tortura inflitta dalle donne dei Daci ai prigionieri romani dai nudi corpi vigorosi, nella presentazione a Traiano delle teste mozze dei Daci, nella fuga dei Sarmati dalle pesanti armature squamate, nel ricevimento degli ambasciatori barbari dai lunghi e fastosi costumi esotici, fino al grandioso respiro della scena di sottomissione dei Daci alla fine della prima campagna, tutta impostata sul contrasto fra le linee verticali e la calma solenne del gruppo di Traiano seduto, circondato dagli ufficiali con le insegne, e le linee oblique e la massa confusa dei Daci inginocchiati con gli scudi a terra e le braccia protese ad invocare la clemenza imperiale.
La realizzazione del monumento richiese una tecnica complessa e una avanzata organizzazione e coordinamento tra le maestranze che lavoravano nel cantiere. Si trattava infatti di sovrapporre blocchi di marmo del peso di circa 40 tonnellate e di farli combaciare perfettamente, tenendo conto sia dei rilievi, probabilmente già sbozzati e successivamente rifiniti in opera, sia della scala a chiocciola interna, che doveva già essere stata scavata nei rocchi prima della collocazione.
L'artista dovette molto probabilmente ricopiare un modello disegnato, infatti sono numerosi i motivi "pittorici" del rilievo. Qui di seguito alcune immagini della colonna (ad alta definizione) vista da diverse angolazioni.
La Colonna Traiana è la prima espressione dell'arte romana nata in maniera completamente autonoma in ogni sua parte (sebbene si ponga in continuazione con le esperienze del passato). Con i rilievi della colonna l'arte romana sviluppò ulteriormente le innovazioni dell'epoca flavia, arrivando a staccarsi definitivamente dal solco ellenistico, fino a una produzione autonoma, e raggiungendo vertici assoluti, non solo della civiltà romana, ma dell'arte antica in generale. In un certo senso vi confluirono organicamente la tradizione artistica dell'arte ellenistica (e quindi classica) e la solennità tutta romana dell'esaltazione dell'Impero.
I duecento metri di narrazione continua sono privi, come scrive Ranuccio Bianchi Bandinelli, "di un momento di stanchezza ripetitiva, di una ripetizione, insomma, di un vuoto nel contesto narrativo".
La grande qualità del rilievo ha fatto attribuire le sculture ad un ignoto "Maestro delle Imprese di Traiano", al quale forse si deve anche il cosiddetto "Grande fregio di Traiano" le cui lastre sono reimpiegate sull'Arco di Costantino. La ricchezza di dettagli e accenti narrativi fu probabilmente dovuta a un'esperienza diretta negli avvenimenti.
Guardando ai periodi anteriori si ha difficoltà a trovare un modello di riferimento per la Colonna e il suo rilievo storico. Sicuramente l'autore dei rilievi dovette attingere alla tradizione della pittura trionfale romana (i pannelli dipinti che venivano esposti durante i trionfi dei generali vittoriosi, che mostravano al popolo le scene più salienti delle campagne militari), dei quali ci restano però solo descrizioni letterarie. Il caso più vicino sono i rilievi del Mausoleo di Glanum in Francia, dove è già presente la linea di profilo delle figure lavorata a trapano corrente. Inoltre le figure di caduti abbandonati, privi dell'organica connessione anatomica delle varie parti del corpo, quali oggetti ormai inanimati, sono prese dal "barocco" pergameneo e dimostra come l'artista del fregio della colonna avesse appieno assimilato l'arte ellenistica sviluppandola ulteriormente.
Già nella tarda epoca flavia, superato il neoatticismo augusteo, si era andata formando un'arte romana abbastanza autonoma, derivata dal convergere di rinnovate influenze con l'ellenismo delle città dell'Asia Minore e della tradizione locale (arte plebea già presente nell'Ara Pacis o nella base dei Vicomagistri). Mancava però ancora una personalità artistica che da questo amalgama sapesse comporre forme dotate di valori culturali e formali, di inventiva e di espressione, superando la routine "artigiana" media, per quanto abilissima. Fu solo con l'anonimo artista che diresse i lavori della Colonna Traiana che si raggiunsero questi traguardi.
Anche lo stile espressivo è nuovo, con un rilievo molto basso, per non alterare la linea architettonica della colonna, talvolta anche in negativo, spesso risaltato da un solco di contorno e ricco di variazioni espressive per rendere efficacemente l'effetto dei materiali più disparati (stoffe, pelli, alberi, corazze, fronde, rocce, ecc.).
Il realismo domina nella narrazione e l'unico elemento simbolico è la personificazione dell'imponente e solenne Danubio barbato che, emergendo dal suo letto, invita i Romani a passare (scena 4). Nella rappresentazione dello spazio e del paesaggio, nelle scene d'azione piene di dinamismo, nel naturalismo cui è improntata la rappresentazione della figura umana si sente ancora viva la tradizione dell'organicità naturalistica greca. Tipicamente romana è poi la narrazione, chiara e immediata, secondo i caratteri dell'arte plebea. La realizzazione non può però dirsi "plebea", per via della grande varietà di posizioni e atteggiamenti, che evita sempre le composizione "paratattiche", cioè le figure isolate semplicemente accostate.
Studiata è la ricerca di variazioni nelle scene analoghe che si ripetono; la costruzione degli episodi, soprattutto quelli di battaglia, è sapientemente progettata con linee spezzate che movimentano l'insieme; la figura dell'imperatore è esaltata nella sua personalità razionale e cosciente, ma non è mai sovrumana.
Gli abbondanti e precisi riferimenti al paesaggio, i particolari realistici di ponti, fortini, accampamenti, la rappresentazione di fiumi o di accampamenti a volo d'uccello ha probabilmente dietro di sé la tradizione romana delle “pitture trionfali", cioè di quei pannelli illustrati che, portati in processione nei trionfi dei generali vittoriosi, mostravano al popolo le scene più salienti delle campagne militari.
Artifici e convenzioni rappresentative che permettono lo scandire del continuum delle scene sono talvolta le prospettive ribaltate o a volo d'uccello, l'uso di utilizzare una scala diversa per i paesaggi e costruzioni, rispetto a quella delle figure, ecc. Un bordo irregolare e mosso e un bassissimo rilievo alludono alle stoffe, e inoltre le figure sono evidenziate da un profondo solco a trapano corrente sui bordi, secondo un artificio ellenistico già riscontrato nell'arte romana del I secolo in Gallia Narbonense.
Ma la valenza dei rilievi della Colonna non si limita al mero aspetto tecnico e formale, ma investe profondamente anche il contenuto, segnando uno dei capolavori della scultura di tutti i tempi.
Le figure nei rilievi storici romani, dalla pittura repubblicana nella necropoli dell'Esquilino ai rilievi dell'Ara Pacis, sono formalmente corrette e dignitose, ma prive di quella vitalità che le rende inevitabilmente compassate. Nemmeno il vivissimo plasticismo dei rilievi nell'arco di Tito si era tradotto in un superamento della freddezza interiore delle raffigurazioni.
La Colonna Traiana è invece percorsa da una tensione del racconto continua e densa di valori narrativi, che rendono le scene di sacrificio "calde", le battaglie veementi, gli assalti impetuosi, i Daci fieri e disperati, la dignità di guerriero di Decebalo. I nemici appaiono eroicamente soccombenti alla superiorità militare di Roma (un elemento anche legato alla propaganda del vincitore). Scene dure, come i suicidi di massa o la deportazione di intere famiglie, sono rappresentati con drammatica e pietosa partecipazione. Il senso di rispetto umano per il nemico battuto è un retaggio della cultura greca, che si troverà fino ai ricordi di Marco Aurelio a proposito dei Sarmati.
Traiano, come si è detto sopra, compare 59 volte nei rilievi della Colonna. La sua rappresentazione è sempre realistica ed esprime, con gesti misurati, con sguardi fissi e composizioni ben architettate, la sua attitudine al comando, la sua saggezza, la sua abilità militare; non è però mai ammantato di significati retorici, di capacità sovrumane o attributi adulatori; la sua è una rappresentazione dalla quale scaturisce oggettivamente la levatura morale, senza artifici.
Si può quindi dire che i rilievi non abbiano un carattere celebrativo o encomiastico, ma piuttosto documentario.
Questa attitudine verso l'imperatore Optimus Princeps ("primo funzionario" dello Stato) era frutto del particolare clima morale diffuso attorno alla sua figura. Tra le tante piccole immagini spicca quella del colloquio di Traiano con uno dei suoi comandanti (forse Lucio Licinio Sura) durante la seconda campagna dacica: con grande semplicità formale l'imperatore è raffigurato disincantatamente mentre spiega un piano al generale fissandolo negli occhi e distendendo i palmi delle mani davanti a lui, secondo un intenso rapporto di fiducia e rispetto tra lui e il subordinato, di un colloquio intelligente e virile, privo di qualsiasi retorica o cortigianeria.
Attribuzione
I rilievi della Colonna vengono attribuiti a un generico Maestro delle Imprese di Traiano (o Maestro della Colonna Traiana), che sicuramente curò il disegno di tutto il rilievo, anche se nella realizzazione pratica di un'opera così vasta è ovvio immaginare i contributi di una bottega. Si tratta sicuramente della più notevole personalità artistica nel campo dell'arte romana ufficiale. L'anonimo scultore fu in grado di fondere gli aspetti formali derivanti dall'arte ellenistica (la rappresentazione dello spazio e del paesaggio, la graduazione e sovrapposizione di piani, la connessione organica tra le scene e i singoli elementi all'interno di esse) con i contenuti storici e tipicamente narrativi dell'arte romana.
Di questo periodo ci è però giunto solo un nome di scultore, Marcus Ulpius Orestes, probabilmente un liberto autore di un rilievo firmato oggi al Louvre. Egli non può essere l'artista della Colonna Traiana perché dovette operare già nell'età adrianaea. Non ci sono nemmeno elementi per identificarlo con l'architetto Apollodoro di Damasco (progettista del Foro di Traiano), se non la labile constatazione della strettissima collaborazione tra architetto e scultore nelle opere traianee.
La Colonna Traiana, anche grazie alla sua notevole capacità comunicativa, attraverso i secoli ha dato spunto ad innumerevoli riprese e citazioni, partendo fin da pochi anni dalla sua erezione con la Colonna Aureliana per finire ad ispirare architetture più recenti a noi, dove si è applicata anche una reinvenzione della funzione della colonna.
Antichità
Nell'arco di Costantino è inserito un lungo fregio di epoca traianea spezzato in quattro tronconi ma facente parte originariamente quasi sicuramente di un unico rilievo. Esso, ricco di vibranti figure a basso rilievo, è strettamente connesso con l'arte della Colonna, tanto che alcuni storici hanno azzardato che provenga dalla stessa officina del Maestro delle Imprese di Traiano. Un altro riflesso del Maestro delle Imprese di Traiano si trova in alcuni dei rilievi dell'arco di Benevento (del 114).
La colonna Traiana fece da modello alla Colonna di Marco Aurelio, sempre a Roma, eretta circa ottant'anni dopo (180-193 circa). Il fregio della Colonna aureliana però, a pari altezza, fa solo 21 giri, con figure quindi più alte nel rilievo e più scavate dal trapano che crea chiaroscuri più netti; le semplificazioni e le convenzioni dell'arte plebea e provinciale appaiono qui ben manifeste, segno di un superamento più avanzato dei modi ellenistici; anche nel contenuto le differenze sono notevoli, con la comparsa di elementi soprannaturali e irrazionali (come il miracolo della pioggia o quello del fulmine), sintomo di tempi ormai profondamente mutati.
Ne seguirono numerose altre anche in epoca tardo antica a Costantinopoli al tempo degli imperatori Teodosio I, Arcadio e Giustiniano I (Colonna di Teodosio, Colonna di Arcadio, Colonna di Giustiniano).
Modernità
Opere che si ispirano alla colonna si sono susseguite anche in epoche assai più tarde come ci mostra l'esempio della Colonna Vendôme, eretta nel 1810 a Parigi da Napoleone I dopo la Battaglia di Austerlitz a imitazione di «quella innalzata a Roma, in onore di Traiano».
Nel 1830-34 fu eretta a San Pietroburgo la colossale Colonna di Alessandro, in onore dello zar Alessandro I per la sua vittoria contro l'armata di Napoleone.
Altre opere ispirate alla Colonna di Traiano sono: i campanili gemelli della chiesa di San Carlo Borromeo di Vienna; il campanile di San Massimo all'Adige; la Colonna Astoria, ad Astoria, Oregon; la Colonna del Congresso, a Bruxelles; la colonna del monumento a G. Washington, a Baltimora; l'edicola funebre dell'industriale Antonio Bernocchi presso il Cimitero Monumentale di Milano (1936)

https://it.wikipedia.org/wiki/Colonna_Traiana

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Roma nei Francobolli

Mostra filatelica - Luoghi e Storia di Roma nelle miniature dei francobolli

da mercoledì 8 settembre a domenica xx xsettembre 2018

Punto d'incontro: palazzo xxx, via xxxxxxxxxx, xx (mappa)

Ingresso gratuito


Descrizione: notevole è la produzione filatelica con richiami al tema Roma xxx ... La mostra è ospitata dal Palazzo xxxxxxxxxxx sede del xxxxxxxxxxx, e può essere visitata xxxx ... [ leggi l'articolo completo ]

Codice Appuntamento CAp: 0002 / Ciclo:.Passeggiate Romane
Caratteristiche: durata circa 1 ora; difficoltà nessuna; adatta a tutti, anche a persone con disabilità motorie

Memo: la prenotazione è obbligatoria; gli Appuntamenti sono riservati ai Soci. Iscriviti adesso!
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Torre dei Conti

Visita alla scoperta di una torre medievale ... Torre dei Conti

Mercoledì xx settembre, ore 16.00

Punto d'incontro: via Cavour, xx (mappa)


Descrizione: via dei Fori Imperiali ... la passeggiata inizia davanti la chiesa di San Cosma, sguardo sui Fori e si prosegue sul lato sinistro fino al semaforo, si attraversa e si prosegue verso il Foro di Traiano, i Mercati e la Colonna Traiana, nuovi resti dell’Auditorium, e si arriva ... [ leggi di più ]

Codice Appuntamento CAp: 0005 / Ciclo:.Passeggiate Romane
Caratteristiche: durata circa 2 ore; difficoltà nessuna; strada pianeggiante; passeggiata adatta a tutti, anche a persone con disabilità motorie; si svolge tutta all'aperto, senza entrare in siti architettonici

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Colonna Traiana

Visita alla scoperta del cuore di Roma ai Fori Imperiali

Mercoledì xx settembre, ore 16.00

Punto d'incontro: sotto la Colonna (mappa)


Descrizione: via dei Fori Imperiali ... la passeggiata inizia davanti la chiesa di San Cosma, sguardo sui Fori e si prosegue sul lato sinistro fino al semaforo, si attraversa e si prosegue verso il Foro di Traiano, i Mercati e la Colonna Traiana, nuovi resti dell’Auditorium, e si arriva ... [ leggi di più ] [ leggi/guarda - l'articolo/categoria su colonna ]

Codice Appuntamento CAp: 0004 / Ciclo:.Passeggiate Romane
Caratteristiche: durata circa 2 ore; difficoltà nessuna; strada pianeggiante; passeggiata adatta a tutti, anche a persone con disabilità motorie; si svolge tutta all'aperto, senza entrare in siti architettonici

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Piazza del Campidoglio

Passeggiata alla scoperta del cuore di Roma xxxxxxxxxxxxx

Mercoledì xx settembre, ore 16.00

Punto d'incontro: Piazza del campidoglio (mappa)


Descrizione: la visita ... punto di ritrovo via Cavour angolo Corrado ... [ leggi di più ]

Codice Appuntamento CAp: 0003 / Ciclo:.Passeggiate Romane
Caratteristiche: durata circa 2 ore; difficoltà nessuna; strada pianeggiante; passeggiata adatta a tutti, anche a persone con disabilità motorie; si svolge tutta all'aperto, senza entrare in siti architettonici

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Via dei Fori Imperiali

Passeggiata xxxxxxxxx

Mercoledì 7 settembre, ore 16.00

Punto d'incontro: via dei Fori Imperiali, 1 (davanti la Basilica dei Santi Cosma e Damiano)


Descrizione: via dei Fori Imperiali ... la passeggiata inizia davanti la chiesa di San Cosma, sguardo sui Fori e si prosegue sul lato sinistro fino al semaforo, si attraversa e si prosegue verso il Foro di Traiano, i Mercati e la Colonna Traiana, nuovi resti dell’Auditorium, e si arriva ... fine descrizione

Leggi anche: via dei Fori Imperiali

Codice Appuntamento CAp: 0001 / Ciclo:.Passeggiate Romane
Caratteristiche: durata circa 2 ore; difficoltà nessuna; strada pianeggiante; passeggiata adatta a tutti, anche a persone con disabilità motorie; si svolge tutta all'aperto, senza entrare in siti architettonici

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Palazzo del Quirinale

Il Palazzo del Quirinale, sorge in un luogo che, per posizione elevata e particolare salubrità, ha ospitato fin dall’antichità nuclei residenziali, edifici pubblici e di culto: il colle del Quirinale. Un massiccio collinoso che ebbe grande importanza strategica e fu saldamente fortificato fin dall’età più antica; nel IV secolo a.C., fu compreso nella cinta muraria della città.

Il Quirinale con frontespizio di Nerone, Aloisio Giovannoli, 1616 - Rif.f.1

Il Quirinale con frontespizio di Nerone, Aloisio Giovannoli, 1616 - Rif.f.1

Qui sorse il tempio del dio Quirino che impose il nome al colle. Le presenze più imponenti furono certamente quelle delle terme di Costantino e del tempio di Serapide, edificato da Caracalla nel 217 d.C., da cui provengono i due gruppi scultorei dei Dioscuri che trattengono per le briglie i cavalli scalpitanti, la cui costante presenza portò il colle ad assumere il nome di Monte Cavallo. Un’area, quella del Quirinale, che si connotò fin dall’età repubblicana come area insediativa di tipo aristocratico, una particolare connotazione conservata anche in età imperiale; molte le residenze signorili tra cui quelle della Gens Flavia, dei Claudi e del poeta Marziale.

I Dioscuri, Battista Pittoni, 1520

I Dioscuri, Battista Pittoni, 1520 - Rif.f.2

Nel Medioevo il colle si popolò di chiese, palazzetti gentilizi e torri, mentre gli edifici antichi andavano in rovina ed i loro marmi cominciavano ad essere utilizzati per costruire nuove fabbriche. Nel '400 e all'inizio del '500, intorno alla piazza e lungo l'attuale via del Quirinale, si disposero palazzi e ville di nobili e prelati tra i quali il cardinale Oliviero Carafa, proprietario di una villa con vigna sul luogo dove oggi sorge il Palazzo del Quirinale. Nel 1550 la villa Carafa venne presa in affitto dal cardinale Ippolito d'Este, proprietario della Villa d'Este a Tivoli, che trasformò la vigna in un elaboratissimo giardino, arricchito da fontane, giochi d'acqua e sculture antiche. La bellezza ed amenità della vigna indussero papa Gregorio XIII a far ampliare la piccola villa affidando l'incarico del nuovo fabbricato all'architetto Ottaviano Mascarino, che realizzò un’elegante villa con facciata a portico e loggia collegate internamente da una splendida scala elicoidale; al progetto del Mascarino si deve anche il cosiddetto torrino, il belvedere che corona la palazzina. Alla morte di Gregorio XIII, il successore Sisto V acquistò dai Carafa la villa di Monte Cavallo per farne la sede estiva del pontificato. La piccola villa costruita dal Mascarino non era però sufficiente ad accogliere la corte pontificia ed a soddisfarne le esigenze di rappresentanza, per questo Sisto V affidò all'architetto Domenico Fontana l'incarico di ampliare l'edificio costruendo una lunga ala verso la piazza ed un secondo palazzo su via del Quirinale, così da formare un ampio cortile interno. Inoltre, lo incaricò di sistemare la piazza, provvedendo anche al restauro del gruppo scultoreo dei Dioscuri che fu completato con l'aggiunta di una fontana. Particolarmente significativo fu, poi, l'intervento di Clemente VIII, che concentrò le sue attenzioni sul giardino, ordinando tra l'altro la costruzione della monumentale Fontana dell'organo, ornata di mosaici, stucchi, statue ed animata dal suono di un organo ad acqua.

L'architettura del Palazzo, nell'aspetto che ancora oggi mantiene, fu portata a compimento nel corso del pontificato di Paolo V. L'architetto Flaminio Ponzio si occupò della costruzione dell'ala verso il giardino comprendente, tra l'altro, lo Scalone d'onore, la grande sala del Concistoro, oggi Salone delle Feste, e la Cappellina dell'Annunziata, affrescata da Guido Reni. Alla morte del Ponzio, nel 1613, gli subentrò Carlo Maderno, responsabile dell'intera ala sulla via del Quirinale. In questa parte del Palazzo, Maderno ricavò alcuni ambienti importanti quali la Sala Regia, oggi Salone dei Corazzieri, la Cappella Paolina e gli appartamenti papali. Completata sotto Paolo V l'architettura del Palazzo, nel corso del '600 si procedette alla definizione dei confini ed alla fortificazione dell'intero complesso del Quirinale, che venne esteso quasi fino all'incrocio delle Quattro Fontane.

Papa Urbano VIII fece recintare con un muro l'intero perimetro dei giardini, curò che fosse ampliato il fabbricato destinato all'alloggio delle guardie svizzere e fece costruire un basso torrione di facciata. Oltre a queste opere a carattere puramente difensivo, volle occuparsi anche dei giardini, che furono ampliati e dotati di nuove fontane, mentre a Gianlorenzo Bernini fu affidato il disegno della Loggia delle Benedizioni collocata sopra il portale principale della facciata del Palazzo. Nel corso del '600 fu messa in cantiere anche una delle imprese più rilevanti per la decorazione interna del Palazzo: Alessandro VII commissionò, nel 1656, un fregio ad affresco raffigurante scene dal Vecchio e dal Nuovo Testamento da realizzare nella lunga galleria che correva nell'ala del Palazzo prospiciente la piazza. Il fregio fu realizzato sotto la direzione di Pietro da Cortona, ed oggi è visibile nelle tre sale, Gialla, di Augusto e degli Ambasciatori, in cui la galleria fu divisa nel 1812.

Gli ultimi importanti interventi sull'architettura del complesso del Quirinale e sulle sue adiacenze furono portati a termine entro la prima metà del '700. Tra il 1721 ed il 1730 Alessandro Specchi e Ferdinando Fuga edificarono le Scuderie papali che affacciano sulla piazza all'imbocco di via della Dataria. Ferdinando Fuga fu anche il responsabile del completamento della Manica Lunga e della costruzione, all'estremità di quest'ultima, di una palazzina destinata agli uffici del Segretario delle Cifre, colui che si occupava dei carteggi diplomatici della Santa Sede, che in seguito verrà utilizzata come alloggio prima dei regnanti d'Italia e poi dei Presidenti della Repubblica. A lui si devono anche il Coffee-House nei giardini del Palazzo, e, sulla piazza, il Palazzo della Consulta, che doveva ospitare alcuni uffici e le guardie svizzere.

Veduta della Manica Lunga, secolo XVIII (Rif.f.3)

Veduta della Manica Lunga, secolo XVIII - Rif.f.3

All'inizio dell'800 la storia del Quirinale subisce una svolta che avrà un peso importante anche sulle vicende artistiche del Palazzo. Nel 1809 le truppe dell'esercito napoleonico occuparono Roma, catturando papa Pio VII e deportandolo in Francia; il Quirinale venne scelto dal governo napoleonico come residenza dell'Imperatore. In previsione di un soggiorno a Roma di Napoleone, che non avverrà mai, il Palazzo venne adattato alle nuove esigenze ed alla moda del gusto neoclassico, affidando all'architetto Raffaele Stern la responsabilità dei lavori.

Nel maggio 1814, Pio VII rientrò a Roma e tornò in possesso del Quirinale, adoperandosi subito per cancellare il più possibile le tracce dell'occupazione napoleonica. Fra gli interventi più importanti sono da ricordare gli austeri affreschi della Cappella Paolina e la definitiva sistemazione della Fontana dei Dioscuri. L'ultimo papa a soggiornare al Quirinale fu Pio IX, che lasciò traccia del suo pontificato facendo dipingere le volte di alcune stanze dell'appartamento di Paolo V ed affidando a Tommaso Minardi un dipinto murale di grande impegno quale la Missione degli Apostoli nella Sala degli Ambasciatori.

La Missione degli Apostoli, Tommaso Minardi (Rif.f.4)

La Missione degli Apostoli, Tommaso Minardi - Rif.f.4

Nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia e l'annessione di Roma al Regno d'Italia, il Quirinale divenne residenza della famiglia reale. Per trasformare in reggia l'antico palazzo papale, alcune sale, in particolare dell'ala verso il giardino, vennero completamente ristrutturate adottando, nella maggior parte dei casi, uno sfarzoso stile Luigi XV, cui ben si adattarono i mobili settecenteschi che giunsero dalle regge di tutta Italia. Mobili, quadri, arazzi e varie suppellettili che costituiscono la maggior parte degli arredi che oggi si conservano nel Palazzo, mentre del passato pontificio rimane solo la collezione di grandi vasi orientali, le consoles di fine '600, ed alcuni quadri ed arazzi.

Dopo il 1946 le strutture architettoniche del complesso del Quirinale e gli arredi interni del Palazzo sono rimasti sostanzialmente inalterati; sotto l'amministrazione del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, infatti, sono prevalsi criteri conservativi e di valorizzazione, tesi alla tutela del notevole patrimonio artistico e culturale concentratosi al Quirinale nel corso dei secoli.

Il Portale, Carlo Maderno (Rif.f.5)

Il Portale del Quirinale, Carlo Maderno - Rif.f.5


Riferimenti bibliografici e fonti: www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/storia.htm
Riferimenti fotografici: www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0170.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0128.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0002.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0005.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0169.htm

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Palazzo Montecitorio

La storia del palazzo è alquanto travagliata, ed anche il nome è di origine incerta. C'è chi ritiene che in epoca romana vi si svolgessero le assemblee elettorali, da cui mons citatorius, per altri il nome del luogo deriva, invece, dal fatto che vi venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo Marzio, mons acceptorius. L'attuale palazzo, che prese il posto di un preesistente gruppo di case, fu commissionato da papa Innocenzo X al Bernini, come dimora della famiglia Ludovisi. Morto il papa, nel 1655, i lavori furono interrotti per mancanza di fondi e non furono ripresi se non dopo oltre trent'anni, per volontà di un altro pontefice, Innocenzo XII, che decise di installarvi la Curia apostolica. Alla morte del Bernini, il nuovo architetto Carlo Fontana modificò profondamente il progetto berniniano, conservando la caratteristica facciata convessa ma aggiungendovi l'arioso campanile a vela. Fontana dovette invece rinunciare, per volontà del pontefice, causa la mancanza di fondi, a creare un'unica grande piazza al posto delle attuali piazza Colonna e piazza Montecitorio.

Palazzo Montecitorio (Rif.f.1)

La Curia innocenziana fu inaugurata nel 1696, dando acqua alla grande fontana collocata in fondo al cortile semicircolare. Oltre che di tribunali, il palazzo fu anche sede del Governatorato di Roma e della direzione di polizia, divenendo così il centro della vita amministrativa e giudiziaria del governo pontificio. La campana maggiore, che ora suona solo in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica, dava il segno d'inizio delle udienze e la sua precisione nel battere le ore divenne proverbiale a Roma. Tutti i sabato, poi, il popolo accorreva nella piazza antistante per assistere all'estrazione dei numeri del lotto che, come narra Stendhal nelle Passeggiate romane, venivano gridati dal balcone.
Dopo l'unità d'Italia e l'annessione dello Stato pontificio, il trasferimento della capitale a Roma comportò la scelta di sedi adeguate per i massimi organi del Regno. Per la Camera dei deputati, scartate altre soluzioni, tra le quali il Campidoglio e palazzo Venezia, la scelta cadde su Montecitorio; furono, così, avviati con grande rapidità i lavori per adattare il vecchio palazzo alle nuove esigenze. Il compito di edificare l'aula dell'Assemblea fu affidato all’ingegner Paolo Comotto, che vi provvide in tempi molto rapidi, costruendo nel grande cortile una sala semicircolare a gradinate su un'intelaiatura di ferro interamente ricoperta di legno; l'inaugurazione avvenne il 27 novembre 1871.
Per quanto inizialmente lodata, la nuova aula si dimostrò ben presto inadeguata, dotata di una pessima acustica, molto calda d'estate e molto fredda d'inverno, tanto che i deputati vennero autorizzati dal Presidente, nelle giornate particolarmente rigide, a tenere in testa il cappello. Fallito un tentativo di costruire in Via Nazionale un nuovo palazzo del Parlamento, nel 1900 si decise di chiudere l'aula Comotto, trasferire i lavori dell'Assemblea in un'auletta provvisoria, che rimarrà in funzione fino al 1918, ed affidare all'architetto Ernesto Basile il compito di ampliare la sede esistente costruendo un nuovo edificio alle spalle dell'antico. Basile, esponente dello stile liberty italiano, conservò dell'antico palazzo berniniano solo la parte frontale, squadrò il cortile centrale, demolì le ali e la parte posteriore a forma triangolare. Sventrando le vie circostanti per far posto alla piazza del Parlamento, inserì in questo spazio un grosso edificio di travertino e mattoni rossi, di forma quadrata e con quattro torrioni medievaleggianti. Nel disegno degli interni, Basile dispiegò il suo gusto di designer più che di architetto, ottenendo un risultato complessivo in cui la solennità degli ambienti bene si sposa con l'ariosità delle decorazioni e dei dettagli. Ne danno testimonianza, oltre all'aula, i corridoi ed i saloni monumentali, primo fra tutti il famoso transatlantico, che deve il nome all’illuminazione a plafoniera caratteristica delle navi transoceaniche, le aule di commissione, i pavimenti di marmo colorati, i soffitti, gli arredi. Con Basile collaborarono anche altri artisti: Leonardo Bistolfi e Domenico Trentacoste, autori dei gruppi marmorei e della facciata posteriore, Aristide Sartorio, autore del grande fregio pittorico dedicato alla storia del Popolo italiano che circonda l'aula in alto, appena sotto il velario in vetro colorato, opera di Giovanni Beltrami.

Riferimenti bibliografici e fonti: http://nuovo.camera.it/100?sede_camera_descrizione=1&sede_camera=1
Riferimenti fotografici: www.camera.it/serv_cittadini/8180/8185/8279/album_nuovo.asp

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Palazzo Madama

Palazzo Madama venne edificato su un terreno ceduto, nel 1478, dai monaci dell'Abbazia imperiale di Farfa alla Francia. I primi importanti lavori di trasformazione furono realizzati quando il palazzo entrò in possesso della famiglia Medici. Il palazzo, infatti, venne restaurato su progetto di Giuliano di Sangallo e vi fu trasferito quello che era rimasto della biblioteca di Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro Papa Leone X, dopo la cacciata degli stessi Medici da Firenze. Alla morte di Leone X, nel 1521, palazzo Madama venne assegnato a suo cugino Giulio de' Medici, che vi aveva lungamente abitato prima di salire al soglio pontificio come Clemente VII. Nel 1534, l'edificio fu ereditato da Alessandro de' Medici; quando morì, nel 1537, venne assegnato alla moglie Margherita d'Austria, detta la Madama, da cui il palazzo prende il nome, figlia naturale di Carlo V e duchessa di Parma e Piacenza, che vi pose la sua residenza.

Palazzo Madama - Stampa del XVI secolo

Palazzo Madama - Stampa del XVI secolo - Rif.f.1

Il palazzo rimase ai Medici ed ai Granduchi di Toscana fino al XVIII secolo anche se non se ne servirono più finché, nel 1725, non andò ad abitarvi Violante di Baviera, cognata di Gian Gastone de' Medici, ultimo rappresentante della famiglia. Palazzo Madama visse allora un ultimo periodo di splendore, fu teatro di balli, feste e sede dell'Arcadia e dell'Accademia dei Quirini. Nel 1737, alla morte del Granduca Gian Gastone, il Granducato di Toscana passò dai Medici ai Lorena, e con esso anche palazzo Madama.
Nel 1755, fu acquistato da Papa Benedetto XIV e divenne palazzo pubblico dello Stato Pontificio; negli anni successivi vi furono installati, fra l'altro, gli uffici del tribunale e la sede della polizia. Nel 1798, ospitò l'ufficio centrale della Repubblica franco-romana. Pio IX lo destinò a sede del ministero delle finanze e del debito pubblico e sembra che, sulla loggia esterna del palazzo, a piazza Madama, venissero estratti, a partire dal 1850, i numeri del lotto. Dal 1851 l'edificio ospitò anche gli uffici delle poste pontificie. Nel febbraio del 1871, palazzo Madama venne scelto come sede del Senato del Regno. Questo evento rese necessari ampi lavori di adattamento e, nello spazio del cortile delle poste pontificie, su progetto dell'ingegner Luigi Gabet, fu realizzata l'Aula dove il Senato del Regno si riunì, per la prima volta, il 28 novembre 1871.

Palazzo Madama

Palazzo Madama - Rif.f.2


Riferimenti bibliografici e fonti: www.senato.it/relazioni/21612/21690/30823/31181/genpagspalla.htm

Riferimenti fotografici: www.senato.it/relazioni/21690/30823/31181/56516/genpagina.htm, www.senato.it/relazioni/21690/30823/31181/56516/genpagina.htm

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Teatro Sistina

Il Teatro Sistina è uno dei più importanti e rappresentativi teatri italiani. La sua popolarità nasce soprattutto grazie all’incessabile attività di Garinei e Giovannini che in 46 anni di gestione hanno regalato al teatro (non solo italiano) capolavori come Aggiungi un posto a Tavola, Rugantino, Il giorno della Tartaruga. Spettacoli rappresentati in oltre 45 paesi e che sono stati tradotti in 16 lingue.

Dal marzo 2003 il Sistina è stato riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività culturali come Teatro stabile della Commedia Musicale Italiana. Il Sistina ha ospitato sul suo palco i più grandi artisti ed i più popolari spettacoli musicali: da Lous Armstrong a Burt Bacharach, da Liza Minnelli a Dionne Warwick a Woody Allen, da Rugantino a West Side Story, da Evita ad Aggiungi un posto a tavola, da Vacanze Romane a Rinaldo in Campo.

Qui hanno debuttato e sono stati definitivamente consacrati molti dei protagonisti dello spettacolo italiano: Marcello Mastroianni, Renato Rascel, Delia Scala, Carlo Dapporto, Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Gino Bramieri, Johnny Dorelli, Paolo Panelli, Bice Valori, Enrico Montesano, Gigi Proietti, Enrico Maria Salerno, Gloria Guida, Mariangela Melato, per arrivare ai più recenti Sabrina Ferilli,Valerio Mastandrea, Massimo Ghini. Negli anni, grazie all’affetto del pubblico, il teatro è diventato il “Teatro dei romani”.

Rugantino Rugantino

Riferimenti bibliografici e fonti (Rif.b.)

  1. www.ilsistina.com/pages/teatro_storia.aspx

Riferimenti fotografici (Rif.f.)

  1. www.ilsistina.com/pages/teatro_storia.aspx

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Traiano

Marco Ulpio Nerva Traiano (in latino: Marcus Ulpius Nerva Traianus; nelle epigrafi: IMPERATOR • CAESAR • DIVI • NERVAE • FILIVS • MARCVS • VLPIVS • NERVA • TRAIANVS • OPTIMVS • AVGVSTVS • FORTISSIMVS • PRINCEPS • GERMANICVS • DACICVS • PARTHICVS; Italica, 18 settembre 53 – Selinus in Cilicia, 8 agosto 117) è stato un imperatore romano, regnante dal 98 al 117.
Fu primo tra gli imperatori ad avere un'origine provinciale (Hispania Baetica), seppure di fatto fosse originario dell'Italia. Valente militare e popolare comandante, venne adottato da Nerva nel 96, succedendogli due anni dopo e dando inizio alla dinastia degli Antonini. Egli era divenuto un importante generale durante il regno dell'imperatore Domiziano, i cui ultimi anni furono segnati da continue persecuzioni ed esecuzioni di senatori romani. Nel settembre del 96, dopo l'assassinio di Domiziano, un vecchio senatore senza figli, Nerva, salì al trono, ma si dimostrò subito impopolare con l'esercito. Dopo un anno breve e tumultuoso al potere, l'opposizione della guardia pretoriana ne aveva ormai indebolito il potere, tanto da costringerlo a difendere il suo ruolo di princeps adottando il più popolare tra i generali del momento, Traiano, e lo fece suo erede e successore. Nerva morì poco dopo, alla fine di gennaio del 98, lasciandogli l'impero senza tumulti e opposizioni.
Sotto Traiano, l'Impero romano raggiunse la sua massima estensione territoriale (6,5 milioni di chilometri quadrati), grazie alle conquiste di Armenia, Assiria e Mesopotamia, subito dopo perdute, ma anche dei territori della Dacia e del regno di Nabatea (Arabia Petrea). La conquista della Dacia portò notevoli ricchezze all'Impero, in quanto ricca di preziosi giacimenti di metalli preziosi come oro e argento. La conquista invece dei territori dei Parti rimase invece incompleta e fragile a causa di una nuova rivolta in Giudea. Egli lasciò alla sua morte una situazione fiorente dell'economica globale, in particolare della parte orientale dell'Impero romano.
Parallelamente alle conquiste territoriali, Traiano condusse un vasto programma di edilizia pubblica che rimodellò la città di Roma, lasciando numerosi monumenti a sua testimonianza, come le grandi terme a lui dedicate, un'ampia area che includeva sia un immenso foro e ampi mercati, sui quali ancor oggi svetta una Colonna di pietra che rappresenta le sue imprese belliche in Dacia. Fu inoltre impegnato in una politica di misure sociali di portata senza precedenti (institutio Alimentaria). Rafforò quindi il ruolo dell'Italia nell'Impero e continuò l'opera di romanizzazione delle province.
Esaltato già dai contemporanei e ricordato dagli storici antichi come Optimus princeps ovvero il migliore tra gli imperatori romani, da molti storici moderni ed esperti è considerato, in virtù del suo operato e delle sue grandi capacità come comandante, amministratore e politico come uno degli statisti più completi e parsimoniosi della storia, e uno dei migliori imperatori romani.
Alla sua morte, Traiano venne deificato dal Senato e le sue ceneri furono poste ai piedi della colonna Traiana. Gli succedette suo figlio adottivo e pronipote, Adriano.

Riferimenti bibliografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Traiano

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Pigna

pigna

Pigna è il nome del nono rione di Roma, (R. IX). Lo stemma del rione ha proprio una pigna: il motivo è una scultura a forma di pigna ritrovata nel rione, in seguito spostata in Vaticano nel Cortile della Pigna.

Il rione si trova nel I municipio, all’interno delle Mura Aureliane nella zona di Roma anticamente denominata Campus Martius nella VII regio augustea. Ha forma all’incirca quadrata, delimitata dal Pantheon, dal largo di Torre Argentina, da via delle Botteghe Oscure e da piazza Venezia.

La Pigna latina del toponimo – proveniente da chissà quale dei molti edifici monumentali del rione – fu portata in Vaticano in epoca assai antica, se è a quella che Dante si riferisce nella Divina Commedia parlando di Nembrotte nel 31.mo canto dell’Inferno: ” La faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma “.

 Il rione era del resto denominato “della Pigna e di San Marco”, nel XIII secolo. Oggi, a risarcimento della perdita della pigna maggiore, una piccola fontana a forma di pigna in travertino si trova davanti alla Basilica di S. Marco. Fu lì eretta dal Comune di Roma, con l’intento di ripristinare il simbolo del Rione, costituita da un semplice ed elegante stelo, al centro di un piccolo bacino, sul quale due corolle di tulipani stilizzati sostengono una pigna. L’acqua fuoriesce da due cannelle laterali e si raccoglie nelle vaschette a fior di terra protette da quattro colonnine.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Pigna_(rione_di_Roma)
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_IX_pigna_logo.png
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Sant’Eustachio

sant_eustachio

Sant’Eustachio è il nome dell’ottavo rione di Roma, (R. VIII). Il suo stemma è formato dalla testa di un cervo (simbolo del santo omonimo del rione) e dal busto di Gesù; le figure sono in oro e lo sfondo è rosso.

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Regola

regola

Regola è il nome del settimo rione di Roma, (R. VII). Deriva da Renula, ovvero da quella rena soffice che ancora oggi il fiume Tevere deposita durante le piene. Lo stemma del rione è un cervo rampante in campo turchino. Gli abitanti si dicevano (quando ancora i rioni avevano una identità sociale) Regolanti.

Durante il periodo della Roma antica, la zona apparteneva al Campo Marzio. In particolare, nell’attuale Regola c’era il Trigarium, ovvero lo stadio dove si allenavano gli aurighi che montavano la triga, un carro trainato da tre cavalli.

Secondo la suddivisione politica che fece Augusto della Roma imperiale, l’attuale Regola faceva parte della IX regione detta Circus Flaminius. Nel Medioevo entrò a far parte della IV delle sette regioni ecclesiastiche, anche se a quel tempo i confini dei rioni non erano delimitati con grande chiarezza.

Anche a causa delle frequenti inondazioni del Tevere, gran parte della zona era paludosa, e fu bonificata verso la fine del Medioevo.

Nel 1586, quando il rione Borgo fu creato, i rioni divennero 14 e Regola divenne il VII con il nome di Arenule et Chacabariorum (anche “Arenule” deriva da Renula); tale nome è ancora in parte sopravvissuto con la moderna via Arenula.

La costruzione dei muraglioni del Tevere del 1875 cambiò radicalmente il volto del rione, cancellando tutta quella realtà che si era costruita intorno al fiume nel corso dei secoli.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Regola_(rione_di_Roma)
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_VII_regola_logo.png
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Parione

parione

Parione è il nome del sesto rione di Roma, (R. VI). Deriva dalla presenza nel rione di un muro antico di dimensioni enormi, forse appartenente allo stadio di Domiziano. Tale muro fu chiamato dal popolo Parietone, da cui il nome Parione. Il suo stemma è un Grifo, creatura mitologica greca con la testa d’aquila ed il corpo di leone. Fu scelto come simbolo di fierezza e nobiltà.

Nel periodo dell’antica Roma tale rione apparteneva alla IX regione augustea detta Circo Flaminio. Nella zona c’era lo stadio di Domiziano, l’Odeon, il teatro e la curia di Pompeo. Sempre Domiziano fece costruire l’Odeon (in latino Odeum), per ospitare gare poetiche e musicali.

Intorno al 1200 fu chiamato Parione e S. Lorenzo in Damaso e la popolazione continuò a crescere fino al 1400, quando ottenne grande importanza grazie alla pavimentazione di Campo de’ Fiori, che ben presto divenne un centro economico e di passaggio.

Sotto papa Sisto IV (1471-1484) il rione perse il suo volto caotico tipicamente medievale per un taglio più rinascimentale dovuto ad una ristrutturazione dei palazzi, all’allargamento delle strade, ecc. Nello stesso periodo viene costruito ponte Sisto, collegamento tra Trastevere e Parione.

Risistemazioni e pavimentazione di nuove strade favorirono l’urbanizzazione a cavallo tra 1400 e 1500. Nello stesso tempo numerosi artisti furono chiamati ad abbellire le facciate degli edifici, pratica che ebbe origine nel nord Italia e si diffuse in Roma in quel periodo. Nel 1500 l’intensa attività commerciale in Campo de’ Fiori si spostò progressivamente in piazza Navona, che era preferita perché più ampia.

Nel 1600 piazza Navona assunse un nuovo volto grazie alla risistemazione del Bernini, altre case furono costruite per colmare lo spazio tra le costruzioni. Fino al periodo di Roma capitale non ci furono grandi stravolgimenti nel rione, in cui le nuove opere barocche si affiancavano ad altre rinascimentali, tranne l’apertura di corso Vittorio Emanuele II, grande strada dall’andamento flessuoso per evitare gli edifici monumentali già presenti. Se un palazzo era troppo sporgente, si demoliva solo la parte più esterna per ricostruire la facciata identica alla precedente.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Parione
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_VI_parione_logo.png
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Ponte

ponte

Ponte è il nome del quinto rione di Roma, (R. V). Deriva dalla presenza di ponte sant’Angelo, che però è appartenuto al rione fino a quando papa Sisto V lo incorporò nel nuovo rione Borgo. Il suo stemma è ovviamente un ponte.

Nell’antica Roma il rione era incluso nella IX regione augustea Circus Flaminius, ovvero era considerata parte del Campo Marzio. L’attuale ponte sant’Angelo riprende l’antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare il suo mausoleo al resto della città. Un altro ponte, fatto costruire da Nerone, fu detto trionfale perché per di lì passava la via Trionfale (poi detta Sacra), che veniva fatta percorrere dagli eserciti reduci dalle battaglie. Tale ponte fu poi detto pons vaticanus, perché connetteva la zona del Vaticano al resto della città, e pons ruptus (ponte rotto), perché già diroccato in tempi medievali. Nell’antica Roma in questa zona c’era un porto che veniva utilizzato per portare i materiali necessari alla costruzione delle grandi opere nel Campo Marzio.

La vita nel rione è continuata ininterrottamente anche durante il medioevo e nel periodo moderno, e ciò ha praticamente cancellato ogni resto dell’antica Roma nella zona. Contribuì a ciò anche il fatto che molte persone si stavano trasferendo dalle zone in collina, dove mancava l’acqua, verso la riva del Tevere, dove si sopravviveva grazie all’acqua del fiume. Inoltre il rione si trovava all’estremità del ponte sant’Angelo, e qui confluivano tutte le strade maggiori che portavano a San Pietro, quindi c’era anche un continuo afflusso di pellegrini che arricchiva l’economia della zona: locande, osterie, commercio di oggetti sacri, ecc.

Fino al tempo di papa Sisto V il rione comprendeva anche una porzione al di là del Tevere, che poi fu separata per creare il rione Borgo. Durante il 1500 il rione aveva grande importanza soprattutto per la sua rete viaria, e per questo furono costruiti grandi palazzi di famiglie sia aristocratiche che mercantili seguendo progetti di grandi artisti. Ciò contribuì molto ad abbellire il rione che ben presto divenne celebre.

Nonostante Ponte fosse una zona ricca e rigogliosa, era anche quella più colpita dai frequenti alluvioni del Tevere.

L’aspetto fu completamente trasformato dopo che Roma divenne capitale nel 1870: furono costruiti i muraglioni del Tevere per fermare le piene del fiume, oltre a nuovi ponti per connettere la zona del Vaticano e Prati al resto di Roma. Tutte le viuzze che portavano sulla riva del Tevere sono scomparse per fare posto all’ampia strada del lungotevere, ma il tipico carattere del rione è ancora visibile all’interno.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_(rione_di_Roma)
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_V_ponte_logo.png
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Eneide

” Io canto l’armi e l’eroe, che per primo dalle spiagge di Troia,
profugo a causa del Destino, venne in Italia dalle coste Lavinie,
molto sbattuto sia per terra che per mare dalla forza degli dei,
e dalla memore ira della crudele Giunone;
avendo anche sopportato molte cose a causa della guerra, finché non fondò la città,
e portò gli dei nel Lazio, da cui ebbe origine la stirpe dei Latini,
i padri Albani e le mura dell’alta Roma.”

l’Eneide (PDF) – Aeneis (PDF)

Virgilio

Virgilio – Rif.f. 1

L’Eneide (in latino Aeneis) è un poema della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (tra il 29 ed il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città, che viaggiò fino all’Italia diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte del poeta il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri, rimase privo di revisioni e ritocchi ultimi dell’autore; perciò nel suo testamento Virgilio fece richiesta di farlo bruciare, nel caso non fosse riuscito a completarlo, ma l’amico Vario Rufo, non rispettando le volontà del defunto, salvaguardò il manoscritto dell’opera e successivamente l’imperatore Ottaviano Augusto ordinò di pubblicarlo così com’era stato lasciato.

I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all’Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall’esito vittorioso, dei Troiani – alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e i Greci provenienti dall’Arcadia – contro i Rutuli e i loro alleati, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci. Enea è una figura già presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, e si tratta di uno dei personaggi dell’Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande religiosità (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente “mito della fondazione”, oltre ad un’epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti Omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendenti dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia.

Virgilio con l'Eneide tra Clio e Melpomene

Virgilio con l’Eneide tra Clio e Melpomene – Rif.f. 2 … [ leggi di più ]

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un Americano a Roma

Roma, 1954. Nando Moriconi e il suo mito d’oltreoceano nella capitale.

Un americano a Roma

un Americano a Roma – Rif.f. 1

Nando Moriconi (Alberto Sordi) ha un sogno: essere americano. Rinnega la pastasciutta per strani intrugli, non perde un film hollywoodiano, parla uno strano idioma che vorrebbe essere americanizzante. I genitori non lo tollerano più, gli amici lo prendono in giro, ma lui continua imperterrito. Quando si arrampica sul Colosseo il console americano è disposto a intercedere, ma poi lo riconosce come il pazzo che lo aveva fatto uscire di strada qualche tempo prima e cambia idea.

 

Riferimenti bibliografici e fonti
  1. www.film.tv.it/scheda.php/film/342/un-americano-a-roma/
Riferimenti fotografici
  1. www.film.tv.it/photogallery.php/film/342/un-americano-a-roma/
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Poveri ma belli

Roma, 1956. Due rivali in amore, dopo mancate conquiste, si scoprono innamorati delle rispettive sorelle.

Poveri ma belli

Poveri ma belli – Rif.f. 1

Due giovanotti romani sono innamorati della stessa ragazza e, nel tentativo di conquistarla, non fanno che litigare fra di loro. Non solo nessuno dei due riesce nel suo intento, ma sono costretti anche a prendere atto che la ragazza preferisce un terzo. Scoprono poi che è possibile e piacevole perdere la testa anche per le rispettive sorelle.

 

Riferimenti bibliografici e fonti
  1. www.film.tv.it/scheda.php/film/5427/poveri-ma-belli/
Riferimenti fotografici
  1. www.film.tv.it/photogallery.php/film/5427/poveri-ma-belli/
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Roma ore 11

Roma, 1952. Decine di ragazze in cerca di lavoro si feriscono per il crollo di una scala. Da un fatto di cronaca, lo spunto per descrivere la situazione femminile dei primi anni Cinquanta.

Roma ore 11

Roma ore 11 – Rif.f. 1

Alcune decine di ragazze rispondono ad un annuncio di lavoro: una ditta sta cercando una dattilografa. Così da tutta Roma le giovani affluiscono davanti alla sede della ditta in attesa di essere ammesse al colloquio. La pressione della folla ed il tentativo di un’aspirante dattilografa di passare davanti alle altre provoca un tragico crollo.

 

Riferimenti bibliografici e fonti
  1. www.film.tv.it/scheda.php/film/19591/roma-ore-11/
Riferimenti fotografici
  1. www.film.tv.it/photogallery.php/film/19591/roma-ore-11/
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Ladri di biciclette

Roma, 1948. Film chiave del neorealismo italiano, interpretato da attori non professionisti e interamente girato in esterni sulla base di una sceneggiatura scritta da Cesare Zavattini e Vittorio De Sica. Premiato nel 1949 con l’Oscar come miglior film straniero. 

Ladri di biciclette

Ladri di biciclette – Rif.f.1

Alla fine della Seconda guerra mondiale, il disoccupato Antonio trova finalmente un impiego come attacchino, ma gli rubano la bicicletta. Dopo una denuncia senza speranza alla polizia, l’uomo inizia col figlio Bruno una frustrante ricerca per tutta Roma, poi, disperato decide di rubarne una ma viene sorpreso in flagrante.

 

Riferimenti bibliografici e fonti
  1. www.film.tv.it/scheda.php/film/3831/ladri-di-biciclette/
Riferimenti fotografici
  1. www.film.tv.it/photogallery.php/film/3831/ladri-di-biciclette/
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Campo Marzio

campo marzio

Campo Marzio è il nome del quarto rione di Roma, (R. IV). Il Campus Martius era una zona della Roma antica di circa 2 km², inizialmente esterna ai confini cittadini e più tardi suddivisa da Augusto tra due delle sue 14 regioni: la VII, via Lata, e la IX, Circus Flaminius.

Nel medioevo divenne la zona più densamente popolata della città. Il nome è attualmente attribuito al IV rione della città, meno esteso dell’omonima zona antica. Lo stemma è una mezzaluna d’argento in campo azzurro; l’origine di tale simbolo è ignota.

Dal punto di vista orografico si tratta di una vasta zona pianeggiante, delimitata da un’ansa del fiume Tevere, a nord del Quirinale e del Campidoglio.

Sin dall’epoca regia, l’area fu consacrata al dio Marte ed adibita ad esercizi militari. Tarquinio il Superbo se ne appropriò e la fece coltivare a grano. Secondo una leggenda, durante la rivolta che causò la cacciata del re, i covoni di quel grano furono gettati nel fiume dando origine all’Isola Tiberina.

Con l’inizio dell’epoca repubblicana, il Campo Marzio ritornò area pubblica e fu riconsacrato al dio. Fu sede dei comitia centuriata, assemblee del popolo in armi.

La parte più meridionale della piana, a partire dalle pendici del Campidoglio (dove attualmente sono visibili i resti del teatro di Marcello e del portico di Ottavia) era distinta dal Campo Marzio vero e proprio, con il toponimo di Circo Flaminio. L’area fu attraversata dalla via Flaminia, la cui parte urbana prese il nome di via Lata (attuale via del Corso).

Le fondazioni di edifici sacri partono dal primo dei re di Roma, Romolo, e proseguono fino a tutto il II secolo a.C. Vi vennero inoltre edificati portici ed edifici privati e vi ebbero dei possedimenti Publio Cornelio Scipione e Pompeo.

Inizialmente la zona, poiché era al di fuori dei confini ufficiali della città, venne utilizzata per dare udienza ad ambasciatori stranieri e vi venivano più facilmente eretti luoghi di culto per le divinità orientali.

L’inizio della monumentalizzazione dell’area si ebbe con il teatro di Pompeo nel 55 a.C. Con Cesare furono sistemati gli edifici legati alle elezioni, i Saepta Iulia (completati da Augusto) e la Villa publica.

In epoca augustea, Marco Vipsanio Agrippa inserì i giardini, la basilica di Nettuno, le terme con il suo nome e il Pantheon. Vi fu costruito anche il primo anfiteatro permanente di Roma (l’anfiteatro di Statilio Tauro), un teatro (il teatro di Balbo), un’immensa meridiana (la meridiana di Augusto) a fianco della quale sorgeva l’Ara Pacis.

La zona non edificata verso nord era dominata dal mausoleo di Augusto e dall’orologio solare (Horologium Augusti) formato da un’estesa platea in marmo, i cui resti sono oggi visibili negli scavi a San Lorenzo in Lucina, e per gnomone l’obelisco oggi a piazza Montecitorio. Nel giorno natale dell’imperatore, l’ombra dello gnomone raggiungeva l’ingresso dell’Ara Pacis, il monumento voluto dal Senato romano per celebrare la pace e la stabilità portate dal governo di Augusto, che integrava questo grande complesso celebrativo e funerario.

Probabilmente a Caligola si deve la prima costruzione del tempio dedicato ad Iside. Sotto Nerone furono costruite altre terme a suo nome ed un ponte.

Dopo il grande incendio di Roma dell’anno 80, Domiziano ricostruì i monumenti aggiungendo uno stadio (che diverrà poi piazza Navona) ed un odeion (piccolo edificio per spettacoli coperto, in forma di piccolo teatro). Adriano trasformò il complesso del Pantheon e collocò nella parte settentrionale, legata ai funerali imperiali, i templi di Matidia e Marciana. Successivamente vi furono costruiti il tempio di Adriano, ed innalzate una colonna dedicata ad Antonino Pio e la Colonna Antonina, dedicata a Marco Aurelio, che traeva ispirazione dalla Colonna Traiana.

Con il taglio degli acquedotti durante gli assedi delle guerre greco-gotiche nel VI secolo e la conseguente maggiore comodità determinata dalla vicinanza del fiume, e in seguito alla creazione di un nuovo polo cittadino nella Basilica di San Pietro in Vaticano, centro di pellegrinaggi, l’area del Campo Marzio divenne il quartiere più popolato della Roma medioevale.

Il quartiere era attraversato dal percorso della processione, che conduceva il papa neo eletto, tra San Pietro e la residenza a San Giovanni in Laterano. L’area era inoltre attraversata dalla più importante arteria che continuava a collegare Roma col resto d’Europa, la via Cassia. Questa, dopo essersi riunita alla via Flaminia, entrava in città attraverso la porta del Popolo; il tratto urbano conservava ancora l’antico nome di via Lata e costituiva un importante percorso cittadino.

Il tessuto edilizio del quartiere era particolarmente fitto tra le emergenze monumentali dei resti degli antichi edifici ancora conservati, percorso da una fitta rete di strette strade, incentrata sulle preesistenti vie romane e sull’attraversamento del Tevere verso San Pietro con Ponte Sant’Angelo.

Durante l’alto Medioevo erano rimasti urbanizzati a Roma in modo intensivo soltanto tre rioni: il Borgo Vaticano, Trastevere e appunto il Campo Marzio, nella cui denominazione si includeva tutta la zona popolata lungo la riva sinistra del Tevere a partire dalle falde del Quirinale, cioè quelli che sono oggi i rioni di Trevi, Colonna, Pigna, Sant’Angelo, Regola, Sant’Eustachio e Ponte.

Numerosi furono gli interventi papali per la sistemazione della viabilità:

  • Papa Paolo II (1464-1471)] rettificò e liberò il percorso della via Lata, che prese da questo momento il nome attuale di via del Corso

  • Papa Sisto IV (1471-1484) fece costruire Ponte Sisto

  • A papa Giulio II (1503-1513) si deve il doppio sistema di strade diritte create sulle due rive del Tevere: la via Giulia sulla riva sinistra del Campo Marzio e la via della Lungara sulla riva destra tra Trastevere e il Vaticano

  • Nel 1518 sotto papa Leone X venne tracciata un’altra via diritta tra il ponte Sant’Angelo e la porta del Popolo, la via Leonina, poi ribattezzata via di Ripetta

  • Tra il 1523 e il 1527 sotto papa Clemente VII venne tracciato anche il terzo ramo del cosiddetto “tridente”, l’attuale via del Babuino, che favorì lo sviluppo urbanistico del rione Trevi in un’area fino a quel momento piuttosto marginale

  • Papa Paolo III (1534-1549) realizzò il cosiddetto “Piccolo Tridente”, una serie di tre vie che confluivano su ponte Sant’Angelo: la via di Panico verso l’antica via Recta (via dei Coronari); il “Canale di Ponte” (via del Banco di Santo Spirito), verso la via papalis (via dei Banchi Nuovi – via del Governo Vecchio); la prosecuzione di via Giulia fino al ponte. Viene inoltre creata la via Trinitatis dal Tevere verso il Pincio (via Fontanella Borghese – via dei Condotti)

Contemporaneamente la città si arricchisce di palazzi nobiliari e cardinalizi, di chiese e di monumenti pubblici. Per evitare di dipendere dall’acqua del Tevere nel 1570 si ripristinò l’acquedotto Vergine e si iniziarono ad edificare le prime fontane.

Con papa Sisto V (1585-1590) si iniziò la sistemazione degli obelischi antichi, che vennero rialzati come punto focale dei nuovi tracciati stradali, i quali estendevano il processo di urbanizzazione anche al di fuori del Campo Marzio. Continuarono ad essere edificati palazzi e sistemate piazze, fontane e monumenti per tutto il periodo barocco e ancora nel XVIII secolo, che vide le scenografiche sistemazioni della scalinata di piazza di Spagna, del porto di Ripetta e della fontana di Trevi.

Massicci interventi nel Campo Marzio ripresero quando Roma divenne capitale del Regno d’Italia nel 1870: anzitutto i muraglioni in cui fu chiuso il Tevere, per evitare le alluvioni, costeggiati dai nuovi Lungotevere, che furono denominati Lungotevere in Augusta (dove fu bruciato Cola di Rienzo), dalle mura all’Ara Pacis, e Lungotevere Marzio.

Per raggiungere il nuovo quartiere dei Prati di Castello da Piazza del Popolo fu costruito nel 1891 il ponte intitolato alla Regina Margherita e nel 1902 più a valle, in asse con piazza Cavour e il Palazzaccio, il ponte intitolato a Cavour, sotto il quale fu seppellito il porto di Ripetta.

Già nel 1909, in funzione dello sviluppo del rione Prati, era poi stato previsto uno sventramento trasversale al Campo Marzio, che prevedeva un nuovo asse stradale il quale, scendendo dal Pincio, doveva raggiungere il Tevere a Ponte Cavour, demolendo lungo la direttrice di via della Croce. Questo percorso fu leggermente modificato tra il 1926 e i primi anni trenta quando, contestualmente agli sventramenti di via Arenula, di corso Vittorio Emanuele, di corso Rinascimento e di Borgo, furono effettuati grandi lavori di “liberazione” attorno al Mausoleo di Augusto, creando attorno al mausoleo un grande vuoto delimitato da travertini abbaglianti e geometrici in luogo delle 120 case demolite.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Campo_Marzio
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_IV_campus_martius_logo.png
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Colonna

colonna

Colonna è il nome del terzo rione di Roma, (R. III). La denominazione del rione si riferisce alla Colonna di Marco Aurelio, o Colonna Antonina (del tardo II secolo d.C.), sita in piazza Colonna.

Il nome medioevale Regio Columne et Sancte Marie in Aquiro si rifaceva alla suddetta colonna ed alla chiesa di Santa Maria in Aquiro, probabilmente dell’anno 400.

Riferimenti bibliografici e fonti
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_III_colonna_logo.png
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Monti

Monti

Monti è il nome del primo rione di Roma, (R. I). Deriva dal fatto che comprendeva il colle Esquilino, il Viminale, parte del Quirinale e del Celio. Oggi il Quirinale, Castro Pretorio ed il Celio non gli appartengono più, ma il nome è rimasto.

In epoca romana la zona era densamente popolata: la parte alta del rione (dalle Terme di Diocleziano alla Suburra) era costituita da domus signorili e denominata Vicus patricius (oggi Via Urbana), mentre nella parte bassa e pantanosa, la Suburra, appunto, vivevano i plebei, e la zona era fitta di lupanari e locande malfamate. Più giù, nella valle tra Campidoglio e Palatino, c’erano i fori imperiali.

Nel Medioevo la situazione era ben diversa: gli acquedotti romani erano stati danneggiati ed era difficile far arrivare l’acqua a causa del terreno rialzato (è una zona collinare); per questo gli abitanti tendevano a trasferirsi nel Campo Marzio, zona pianeggiante a valle dei colli. Del resto gli abitanti di Roma erano abituati a bere l’acqua del Tevere, allora potabile.

Dal Medioevo fino agli inizi del 1800 il rione rimase essenzialmente una zona ricca di vigne e orti, poco popolata per la scarsità d’acqua e per la lontananza dal Vaticano, centro culturale di quel periodo. L’unico fattore che fece sì che la zona non diventasse totalmente inabitata era la presenza delle basiliche di San Giovanni in Laterano e di Santa Maria Maggiore: il continuo afflusso di pellegrini garantiva sempre un cospicuo numero di persone sul territorio.

Sempre nel Medioevo gli abitanti di Monti, detti monticiani, svilupparono una loro forte identità, tant’è che il loro dialetto romano era lievemente diverso da quello degli altri rioni. Sussisteva una rivalità tra gli abitanti dell’altro rione con una forte identità, Trastevere, che spesso nel XIV secolo si concretizzava in scontri cruenti tra abitanti dei due rioni.

Successivamente, lo sviluppo urbanistico di fine 1800 (Roma era appena diventata capitale) e i grandi sventramenti del periodo fascista cambiarono completamente il volto del rione. In particolare, tra il 1924 e il 1936 un’ampia porzione della parte bassa del rione fu distrutta per costruire via dei Fori Imperiali (allora via dell’Impero) e portare alla luce i resti dei fori imperiali.

Oggi il rione è molto ampio, e urbanisticamente assai composito: si va dalle zone di intensiva urbanizzazione ottocentesca (come quella tra il Viminale e il Quirinale, con asse su via Nazionale, e tutta l’edilizia di via Cavour) e ancor più recente (come quella tra l’Esquilino e il Celio, con asse su via Amba Aradam), al parco archeologico costituito dalla zona Colle Oppio, Colosseo, Ludus Magnus, Foro di Nerva, Foro e Mercati di Traiano.

Il furore edilizio del primo quarantennio del regno d’Italia e gli sventramenti fascisti hanno risparmiato la zona della Suburra, di cui i turisti amano molto il “pittoresco”, quasi quanto quello di Trastevere. Particolarmente apprezzata da questo punto di vista e sempre più frequentata, negli ultimi anni, è la zona tra via Nazionale e via Cavour (via del Boschetto, via dei Serpenti, via Panisperna e Via Baccina), che per la modestia delle case d’abitazione, le vie strette, le botteghe artigiane, i negozietti sembra conservare le caratteristiche della roma ottocentesca. La zona, fitta di trattorie, bar e locali vari, gravita sulla piazzetta della Madonna dei Monti, nei pressi dell’omonima chiesa, che ancora funge (anche) da centro di aggregazione per i residenti locali e i frequentatori occasionali.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Monti_(rione_di_Roma)
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_I_monti_logo.png
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Campitelli

campitelli

Campitelli è il nome del decimo rione di Roma, (R. X). Il nome viene da “Capitolium”, luogo in cui sorgeva il tempio più importante di Roma antica, quello della triade capitolina di Giove, Giunone e Minerva. Secondo altre opinioni, vista anche la diffusione del toponimo “Campitelli” fuori dall’Urbe, l’etimologia verrebbe da Campus Telluris, ovvero campo sterrato.

Nello stemma del rione c’è la testa nera di un drago su sfondo bianco. La scelta del simbolo deriva dalla leggenda secondo cui un drago che infestava il Foro Romano fu cacciato da papa Silvestro I.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Campitelli
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_X_campitelli_logo.png
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Trevi

trevi a

Trevi è il nome del secondo rione di Roma, (R. II). L’origine di tale nome non è ancora sicura, tuttavia l’ipotesi più accreditata è che provenga dal latino trivium, che sta ad indicare la confluenza di tre vie nella piazzetta dei Crociferi, situata al lato della moderna piazza di Trevi.

Durante la Roma repubblicana rientrava nella terza regione, durante la Roma imperiale era suddivisa tra la sesta (chiamata Alta Semita) e la settima (chiamata via Lata). Nell’antica Roma, nel rione Trevi c’erano ampi raggruppamenti di case private da cui si ergevano alcuni edifici monumentali. Sin dal periodo romano tale zona fu suddivisa in due parti principali: quella bassa, pianeggiante e vicino al fiume, e quella alta, collinare e quindi rialzata. La prima era centro di attività cittadine, mentre la seconda rimase essenzialmente una ricca zona residenziale.

Dopo la caduta dell’impero la zona collinare si andò spopolando mentre la popolazione tendeva a concentrarsi nella zona a valle. L’urbanizzazione seguì la popolazione: le costruzioni erano numerose nei pressi del Tevere mentre non si costruì praticamente nulla nella zona collinare fino ai fasti del Rinascimento.

Nel 1600 l’urbanizzazione, la costruzione di strade, chiese e fontane avevano fatto sì che tutto il rione Trevi fosse densamente popolato, e il suo aspetto rimase essenzialmente inalterato fino alla fine del XIX secolo. Il Quirinale, parzialmente isolato dalla parte densamente popolata nei pressi del Tevere, tendeva a trasformarsi in un centro di potere ospitando numerosi palazzi rappresentativi della potenza papale.

Durante il periodo napoleonico, nel 1811, si decise che il Quirinale dovesse diventare un vero centro di potere imperiale. Tale progetto non fu realizzato a causa della caduta di Napoleone, tuttavia l’idea rimase e fu ripresa parzialmente nella pianificazione dell’assetto urbanistico di Roma capitale dopo il 1870. Infatti molti ministeri si trovano ancora oggigiorno nel rione Trevi.

Ciò trasformò completamente il volto della parte collinare del rione, che allora era una zona non densamente abitata ricca di viottoli, di chiese e di palazzi monumentali.

Il monumento più celebre nel rione è la fontana di Trevi.

Riferimenti bibliografici e fonti
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Trevi_(rione_di_Roma)
Riferimenti fotografici
  • http://it.wikipedia.org/wiki/File:Rome_rione_II_trevi_logo.png
  • Archivio tuaRoma.it
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Alberto Pisa, la Roma del ‘900

Alberto Pisa, la Roma del 1900 – Elaborazione tuaRoma.it – Rif.f. 2

 

Alberto Pisa nasce a Ferrara il 19 marzo 1864. La famiglia, numerosa e benestante, possiede una ditta di ferramenta. La madre è imparentata con la nota famiglia ferrarese Finzi Contini. Studia con Gaetano Domenichini a Ferrara e, in seguito, all’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Roma. Acquisisce una prima maniera derivata dai macchiaioli e, in seguito, sviluppa una sua maniera d’interpretare il paesaggio.
Nel 1886 trascorre qualche mese a Parigi, dove viene in contatto con gli impressionisti ed espone con degli acquerelli. In seguito si trasferisce a Londra, dove vivrà per trent’anni, si costruisce una casa a Holmwood e sposa Annie Bowen, che si fa chiamare Giovanna. Nel 1889 espone in Bond Street 86 pitture di genere vedutistico realizzate nei sobborghi di Londra che riscuotono un grande successo. Verrà in seguito invitato ad esporre dalla Royal Academy.
In Italia espone annualmente, a partire dal 1887 fino al 1905, soprattutto a Firenze, Bologna ed alla Biennale di Venezia. Nel 1921 rientra in Italia e si stabilisce a Firenze; nel 1925 riceve la medaglia d’argento alla Iª Esposizione Sociale della Società delle Belle Arti di Firenze, nel 1928 riceve un diploma al merito alla Mostra d’Arte a Ferrara.
A Ferrara dedica una splendida serie di acquerelli da lui donati al Sindaco l’11 novembre 1923; un’altra opera su Ferrara è attualmente conservata al Palazzo dei Diamanti. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un gentleman d’altri tempi, dotato d’ingegno ma anche di qualche bizzarria. Amava vestirsi di chiaro e, se per caso si macchiava l’abito, lo dipingeva tutto dello stesso colore. Dipingeva perchè gli piaceva occuparsi in tal modo, e amava soprattutto i paesaggi; se si degnava di fare qualche ritratto era per guadagnare qualcosa in più. In realtà è un apprezzato ritrattista, un po’ alla maniera di Sargent di cui era amico, insieme con Whistler, ma ancor più è apprezzato come illustratore all’acquerello di guide inglesi per viaggiatori (Rome, di Tucker & Malleson, 1905; Pompeeii, di W.M. Mackenzie, 1910; Sicily, di Musson, 1911), ma anche altri libri e monografie vedustistiche su Ferrara e l’Umbria.
Muore nel luglio 1930 presso l’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze, probabilmente a causa di un’intossicazione dovuta all’uso degli acquarelli. E’ sepolto a Ferrara nella tomba di famiglia.
 l'Isola Tiberina - Alberto Pisa, 1905
L’Isola Tiberina

Riferimenti bibliografici: http://www.letteraturadimenticata.it/Illustratori%20Signorine.htm
Riferimenti fotografici: http://www.romanbookshelf.com/prints/isola_tiberina/1.html; http://www.romanbookshelf.com/prints/prints.htm; http://www.letteraturadimenticata.it/Illustratori%20Signorine.htm

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le Mura Aureliane

mura aureliane

le Mura Aureliane – Rif.f. 1

Le Mura Aureliane sono una cinta muraria costruita tra il 270 ed il 273 dall’imperatore Aureliano per difendere Roma, capitale dell’impero, dagli attacchi dei barbari. Dopo aver subito numerose ristrutturazioni in epoche successive, sia nell’antichità che in epoca moderna, le mura si presentano oggi in un buono stato di conservazione per la maggior parte del loro tracciato; nell’antichità correvano per circa 19 km, oggi sono lunghe 12,5 km.
In quel periodo la città si era sviluppata ben oltre le vecchie Mura serviane (che circondavano solamente i sette colli), costruite nel IV secolo a.C., durante l’età repubblicana, protetta da parecchi secoli di espansione dello Stato; ma la nuova minaccia, rappresentata dalle tribù barbare che fluivano alla frontiera germanica, non poteva essere controllata dall’impero, che versava allora nella difficile crisi del III secolo.
E infatti, dopo il 250 orde di Goti calarono dalla Scandinavia, loro terra d’origine, espandendosi a sud fino alla Grecia e sottoponendo l’intera Europa centro-meridionale ad un pesante saccheggio. L’unica barriera che riuscì in qualche modo a frenare l’impeto di questi assalti si rivelò essere la presenza di mura fortificate, e così riuscirono a scampare città come Milano, Verona e poi Mileto ed Atene.
Inizialmente Roma si considerava immune da ogni pericolo: secoli di tranquillità facevano ritenere impensabile che un nemico potesse violare il sacro suolo dell’Urbe. Una fortunosa conferma di questa convinzione si ebbe quando, intorno al 260, gli Alemanni invasero la penisola, arrivando fino a Roma. Ma evidentemente anche loro erano convinti dell’invulnerabilità di una città così importante, e rinunciarono ad aggredirla, come già aveva fatto Annibale nella seconda guerra punica. Nel 270 Aureliano riuscì ad arrestare, nei pressi di Piacenza, non senza difficoltà, un’ennesima invasione di Alemanni e Goti; il pericolo era scampato ancora una volta, ma ormai ci si rese conto della necessità di correre urgentemente ai ripari: da molto tempo le legioni non erano più in grado di controllare il territorio dello Stato per tutta la sua estensione.
La costruzione delle mura iniziò probabilmente nel 271 e si concluse entro due anni, anche se la definitiva rifinitura avvenne verso il 280, sotto l’imperatore Probo. Il progetto era improntato alla massima velocità di realizzazione e semplicità strutturale, oltre, ovviamente, ad una garanzia di protezione e sicurezza. Queste caratteristiche fanno pensare che un ruolo non secondario, almeno nella progettazione, sia stato rivestito da esperti militari. E d’altra parte, poiché all’epoca gli unici nemici che potevano rappresentare qualche pericolo non erano in grado di compiere molto più che qualche razzia, un muro con robuste porte ed un camminamento di ronda poteva ritenersi sufficiente. Comunque, nessun nemico assediò le mura prima dell’anno 408.
Ai tempi di Massenzio risalgono alcuni interventi di riassesto e rinforzo del muro, oltre alla predisposizione, in funzione anti-costantiniana, di un fossato che però fu forse terminato proprio da Costantino.

Riferimenti bibliografici: http://it.wikipedia.org/wiki/Mura_aureliane
Riferimenti fotografici: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Karte_Rom_unter_Augustus_MKL1888.png

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i Nasoni

nasoni sono le fontanelle di Roma che distribuiscono acqua potabile gratuita. Il nome prende spunto dal tipico rubinetto ricurvo di ferro, la cui forma ha richiamato l’idea di un grande naso. Queste fontane furono installate per la prima volta nel 1874 per iniziativa dell’allora assessore Rinazzi, ed erano dotate di tre bocchette a forma di testa di drago. In seguito però, i nasoni di nuova installazione vennero realizzati con un semplice cannello liscio. Ancora oggi il modello, sempre lo stesso, è caratterizzato dal tipico foro superiore per bere. Nel comune di Roma i nasoni sono circa 2.500, 280 dei quali nelle mura. A questi 280 si aggiungono altre 114 fontanelle che distribuiscono gratuitamente acqua a Romani, pellegrini e turisti.

il Nasone

il Nasone, Progetto


Riferimenti bibliografici e fonti

http://it.wikipedia.org/wiki/Nasone

http://it.wikipedia.org/wiki/File:FdmNasoneProgetto.jpg

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Pasquino

Pasquino

Pasquino

Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città tra il XVI ed il XIX secolo. Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, così che al mattino successivo potessero essere viste e lette da chiunque prima di essere asportate, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette pasquinate, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l’avversione alla corruzione ed all’arroganza dei suoi rappresentanti.

La statua è in realtà un frammento di un’opera in stile ellenistico, risalente probabilmente al III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti, rappresentante forse un guerriero greco. Si è anche sostenuto che si tratti del frammento di un gruppo dello scultore Antigonos raffigurante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente, del quale esiste una copia in marmo conservata nella Loggia dei Lanzi a Firenze, ma l’attribuzione è contestata. Precedenti attribuzioni ritenevano che raffigurasse Aiace con il corpo di Achille oppure Ercole in lotta con i Centauri.

Fu ritrovata nel 1501, proprio nella piazza dove ancora oggi si trova, piazza di Pasquino, durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), di cui si occupava anche il Bramante, eseguita per conto del cardinale Oliviero Carafa, il quale insistette per salvare l’opera, da molti ritenuta invece di scarso valore, e la fece sistemare nell’angolo in cui ancora si trova, applicandovi lo stemma dei Carafa ed un cartiglio celebrativo.

Pasquino in breve tempo divenne fonte di preoccupazione ed irritazione per i potenti presi di mira dalle pasquinate. Famosa è rimasta la pasquinata seicentesca riferita a Papa Urbano VIII Barberini, quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini (ciò che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini), scritta per denunciare le numerosissime depredazioni dei grandi monumenti della Roma antica, come il Colosseo ed il Pantheon, per ricavare prezioso materiale edilizio per la ricostruzione in stile barocco della città. Nel momento, poi, in cui veniva fatto vigilare notte e giorno da guardie, le pasquinate apparivano ancora più numerose ai piedi di altre statue parlanti.

Verso dopo verso, con i suoi commenti, Pasquino simboleggiava il popolo di Roma che punteggiava gli eccessi di un sistema con il quale conviveva con sorniona sufficienza, e segnalava che, per la sua particolare storia, Roma sapeva valutare anche figure che assommavano in sé il massimo potere religioso e di governo, riuscendo a scorgerne le umane modestie e rimarcarne velleità e malefatte. La sua produzione, sostanzialmente, si estinse con la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale.

Si è anche detto che Pasquino sia stato distratto dalla contemporanea messa in circolazione dei sonetti del Belli, che mostravano più di qualche apparentamento nel proseguirne l’opera; in ogni caso la statua tacque, priva del suo antico bersaglio, e fogli appesi non se ne videro più. Tornarono solo saltuariamente. Nel 1938, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino riemerse dal lunghissimo silenzio per notare la vuota pomposità degli allestimenti scenografici, che avevano messo la città sottosopra per settimane:

Povera Roma mia de travertino / te sei vestita tutta de cartone / pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino!

L’origine del nome Pasquino è avvolta nella leggenda. Secondo alcuni, sarebbe stato un personaggio del rione noto per i suoi versi satirici: forse un barbiere, un fabbro, un sarto o un calzolaio. Secondo altri, mastro Pasquino sarebbe stato un ristoratore che conduceva il suo esercizio nella piazzetta. Un’ipotesi recente sostiene invece che fosse il nome di un docente di grammatica latina di una vicina scuola, i cui studenti vi avrebbero notato delle rassomiglianze fisiche: sarebbero stati questi a lasciare per goliardia i primi fogli satirici.


Riferimenti bibliografici e fonti

http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Pasquino.jpg

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i Rioni di Roma

i Rioni di Roma

I.Monti   II.Trevi   III.Colonna   IV.Campo Marzio   V.Ponte   VI.Parione   VII.Regola   VIII.S.Eustachio   IX.Pigna   X.Campitelli   XI.S.Angelo   XII.Ripa   XIII.Trastevere   XIV.Borgo   XV.Esquilino   XVI.Ludovisi   XVII.Sallustiano   XVIII.Castro Pretorio   XIX.Celio   XX.Testaccio   XXI.S.Saba   XXII.Prati

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i Sanpietrini

i Sampietrini

i Sampietrini

Sanpietrino o sampietrino, è il nome del blocchetto di basalto utilizzato per realizzare il lastricato di strade e piazze nel centro storico di Roma ed in Piazza San Pietro. È stato inventato sotto Papa Sisto V, quando Monsignor Sergardi, prefetto ed economo della Fabbrica di San Pietro, dopo aver valutato le pessime condizioni in cui versava Piazza San Pietro, dove il papa si era quasi ribaltato dalla carrozza, decise di lastricarla con dei blocchetti di basalto che si comportavano meglio degli altri lastricati esistenti per quanto riguardava il passaggio dei carri. Sanpietrino è anche il nome dell’operaio specializzato che si occupa della manutenzione ordinaria della Basilica Vaticana, degli arredi e degli addobbi e della custodia della Basilica medesima, mentre è con il nome selciarolo che si indica colui che lavora sulla disposizione dei sanpietrini. La caratteristica di questo tipo di pavimentazione è di non essere cementata, ma solo posata e poi battuta su un letto di sabbia o pozzolana: questo le conferisce elasticità, capacità di coesione e adattamento al fondo stradale. Ha anche il pregio di lasciar respirare il terreno grazie agli spazi tra un blocchetto e l’altro; inoltre si può adattare molto facilmente all’irregolarità del terreno ed è molto resistente. In senso stretto il termine sanpietrino corrisponde ad un preciso taglio a quadruccio. Ne esistono di diverse dimensioni: i più grandi misurano 12 x 12 x 18 cm, quelli più comuni 12 x 12 x 6 cm, mentre i più piccoli e rari 6 x 6 x 6 cm.


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altre foto nei singoli articoli diverse da quella iniziale


Riferimenti bibliografici e fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Sampietrino
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Roma città aperta

Roma, 1945. La tragedia della popolazione ed il sacrificio di un sacerdote nella Roma occupata dalle truppe naziste.

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Roma città aperta – Rif.f 1

Durante l’occupazione nazista di Roma, l’ingegnere Manfredi (Marcello Pagliero), che milita nella Resistenza, prende contatti con un compagno tipografo. La Gestapo è sulle sue tracce, ma l’uomo trova rifugio presso l’abitazione di un sacerdote (Aldo Fabrizi) mentre l’operaio è arrestato e la sua donna (Anna Magnani) uccisa da una raffica di mitra. La delazione di Marina (Maria Michi), un’attrice che ha avuto in passato una relazione con Manfredi e che ora sta nel giro degli ufficiali nazisti, consente loro di cattuare l’ingegnere ed il prete. Il primo, benchè torturato a morte, non rivela i nomi dei compagni; il prete viene fucilato mentre riceve l’ultimo saluto da alcuni ragazzini della sua parrocchia.

È il film più celebre del Neorealismo, realizzato da Roberto Rossellini in condizioni di incredibile povertà di mezzi e romanzesca precarietà. Immortale la sequenza della Magnani falciata dai mitra mentre insegue la camionetta nazista.

La vicenda si basa sulla vita di un sacerdote realmente esistito, don Morosini, che i nazisti fucilarono a Roma per la sua adesione alla lotta partigiana.

Riferimenti bibliografici e fonti
  1. www.film.tv.it/scheda.php/film/6040/roma-citta-aperta/
Riferimenti fotografici
  1. www.film.tv.it/photogallery.php/film/6040/roma-citta-aperta/
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Santa Maria del Popolo

Situata in Piazza del Popolo, una delle piazze neoclassiche più belle e famose d’Italia, la Chiesa di Santa Maria del Popolo è tra gli edifici più importanti del Rinascimento romano. I pellegrini che giungevano a Roma varcando Porta di Via Flaminia, la consideravano quasi una soglia di ingresso per il proprio percorso spirituale; da qui, la particolare cura del suo aspetto voluta, nel tempo, dai Pontefici.

Copia di 2

Santa Maria del Popolo – Archivio tuaRoma.it – Rif.f.1

Il primo nucleo, consistente in una piccola cappella, venne eretto nell’XI secolo in seguito alla demolizione del Mausoleo dei Domizi Enobarbi, tomba dell’imperatore Nerone, per ordine di papa Pasquale II. Successivamente, venne ricostruita ed ampliata, sotto Sisto IV della Rovere, dagli architetti Baccio Pontelli e Andrea Bregno, tra il 1472 ed il 1477, con aspetto rinascimentale. Tra il 1655 ed il 1660, papa Alessandro VII decise di restaurarla; a tal fine incaricò Gian Lorenzo Bernini, che le conferì la chiara impronta barocca che ancora oggi si può ammirare.

L’origine della parrocchia di Santa Maria del Popolo si deve al motu proprio Sacri apostolatus emanato da papa Pio IV il 1 gennaio 1561. Il pontefice in realtà eresse in parrocchia la chiesa di S.Andrea prope et extra Portam Famineam (S.Andrea del Vignola), con territorio desunto da quello di S.Lorenzo in Lucina. La parrocchia di S.Andrea, però, fu unita in perpetuo al priorato agostiniano di S.Maria del Popolo, disponendo che con i fondi della Camera Apostolica si costruisse un edificio di proprietà della chiesa di S.Andrea ma in usufrutto perpetuo del priorato agostiniano. Papa Pio V trasferì in S.Maria del Popolo redditi, diritti e funzioni parrocchiali di S.Andrea a Via Flaminia.

L’interno si presenta molto luminoso e diviso in tre navate; le cappelle laterali sono ricche di testimonianze rinascimentali. Nella prima cappella di destra, detta Della Rovere, vi sono gli affreschi del Pinturicchio raffiguranti l’Adorazione del Bambino e gli episodi della Vita di San Girolamo. La seconda cappella sulla sinistra, appartenuta alla famiglia Chigi, è stata progettata da Raffaello; l’artista eseguì anche i disegni per il mosaico della cupola, sull’altare una grande Pala con la Nascita della Vergine eseguita da Sebastiano del Piombo. La Cappella Cerasi conserva l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci e le celebri tele del Caravaggio, raffiguranti la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, opere fondamentali per approfondire lo stile dell’artista, poiché caratterizzate da un realismo drammatico, rafforzato dall’intensa luminosità.

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Crocifissione di San Pietro (a sinistra) e la Conversione di San Paolo (a destra) – Rif. f. 2,3

Ospita, inoltre, architetture di Raffaello e del Bramante ed alcune sculture di Andrea Bregno e di Gian Lorenzo Bernini, come il magnifico organo sorretto da due angioletti in bronzo che simboleggiano la forza di Dio. In una lapide terragna, davanti alla Cappella del Crocifisso, si ha notizia della sepoltura di una Camilla Roncalli, morta nel 1608, e dal registro dei morti della chiesa si hanno notizie di sepoltura, avvenuta nel 1590, di Giovanni Roncalli di Sotto il Monte.

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