del Monumento sepolcrale detto volgarmente degli Orazii e Curiazii (Discorso / Antonio Nibby, 1834)

del Monumento sepolcrale detto volgarmente degli Orazii e Curiazii, discorso del 1834 dello storico ed archeologo romano Antonio Nibby.



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Itinerario di Roma e delle sue vicinanze (Prefazione / Antonio Nibby, 1844)

Una puntuale descrizione di Roma, dalla fondazione agli inizi dell'800, dello storico ed archeologo romano Antonio Nibby.



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Antonio Nibby

Antonio Nibby (Roma, 14 aprile 1792 – Roma, 29 dicembre 1839) è stato uno storico, archeologo e topografo italiano.

Antonio Nibby

Antonio Nibby (Rif.f. 1)

Nacque a Roma il 14 aprile 1792, in una casa sita al civico 4 di via di Pescaria (oggi via del Portico d'Ottavia 7), e fu battezzato il medesimo giorno nella chiesa di Santa Maria in Publicolis, filiale della Basilica di San Lorenzo in Damaso; l'atto recita testualmente: “Die 14 dicti (aprile). Antonium, Georgium, Ardalionem natum hoc mane ex Vincentio Nibbi ab Amatrice et Magdalena Gianni Romana coniugibus, Parochiae S. Mariae in Publiculis (...) baptizavi; matrina Sigismunda Bizzari obstetrix Parochiae ejusdem”. La sua famiglia era originaria di S. Giorgio, frazione di Amatrice, oggi in provincia di Rieti ma all'epoca nel Regno di Napoli. Suo nonno Gaspare Nibbi (è questa la forma regolare del cognome, ancora oggi esistente in diverse frazioni di Amatrice), infatti, si era stabilito sin dalla metà del XVIII secolo a Roma, nella scomparsa piazza Montanara (presso il Teatro di Marcello), dove possedeva una bottega di "salumaro". Solo saltuariamente - e per brevi periodi - Gaspare soggiornò ad Illica, frazione di Accumoli, dove nel 1764 nacque il figlio Vincenzo, padre di Antonio; ma dalla seconda metà del ‘700 Gaspare visse sempre con la famiglia a Roma, dove morì nel 1808. Nel 1783 Vincenzo andò ad aiutare uno zio nella sua bottega con annessa abitazione in via di Pescaria, poco lontano da uno dei portoni del Ghetto, che rilevò nel 1788, dove nacque Antonio, e nella quale visse sino alla morte (1813). Antonio Nibby morì a Roma, nella sua casa di via di Ripetta 210, dove viveva sin dal 1824, a soli 47 anni il 29 dicembre 1839, probabilmente a causa di una polmonite o febbri malariche contratte nel corso delle sue esplorazioni nella Campagna romana, e fu sepolto nel cimitero del Verano, nella piccola cappella del Suffragio.

Dopo aver seguito gli studi nel Collegio Romano, il 28 dicembre 1809, a soli 17 anni, con alcuni compagni di scuola, diversi eruditi e personaggi legati al mondo culturale francese o che ricoprivano incarichi amministrativi a Roma (all'epoca annessa all'Impero Francese), fondò l'Accademia Ellenica per promuovere gli studi sulla lingua e letteratura greca. A causa di alcuni dissidi, tuttavia, nell'aprile 1813 ventisei soci (tra cui il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli) se ne distaccarono fondando una nuova accademia, denominata Tiberina, che diversamente dall'Ellenica si ricollegava alla tradizione culturale romana. Ristabilito il governo pontificio (24 maggio 1814), l'Accademia Ellenica fu soppressa, in quanto ritenuta troppo legata al passato governo francese, mentre l'Accademia Tiberina poté continuare le proprie adunanze. Il 2 dicembre 1815 sposò Maria Valburga Viviani, originaria di Lucca, dalla quale ebbe undici figli, di cui sette sopravvissuti.

Dal 1816, divenuto membro dell'Accademia Romana di Archeologia (ed in seguito di numerose altre Accademie, italiane ed estere), ebbe inizio la sua produzione scientifica: a parte la Descrizione della Grecia di Pausania (1817-1818), unico esempio di una sua traduzione (criticata da Giacomo Leopardi), i suoi due principali ambiti di ricerca furono lo studio della topografia di Roma e della Campagna romana, e l'attività divulgativa sotto forma di guide - come, per esempio la riedizione della Roma antica di Famiano Nardini arricchita di note ed osservazioni critico-antiquarie (1818-1820) e l'Itinerario istruttivo di Roma antica e moderna [...] e delle sue vicinanze del cavaliere M. Vasi antiquario romano, riveduta, corretta ed accresciuta da A. Nibby (1818), che conobbe numerose ristampe ed aggiornamenti per tutto il XIX secolo e fu molto apprezzata da coloro che si recavano a Roma nel corso del Grand Tour - e di "viaggi antiquari" (Ne' contorni di Roma, lungo la via Portuense, a Villa Adriana, alla villa di Orazio e a Subiaco, ad Ostia). Di questa rinnovata guida, l'edizione più nota è quella che ha le immagini incise da Gaetano Cottafavi e da Domenico Amici.

Nel dicembre 1820 divenne professore di archeologia nell'Archiginnasio romano della Sapienza, incarico che mantenne sino alla morte. Nel 1822 fu richiamato quale scrittore di lingua greca alla Biblioteca Vaticana (lo era già stato dal gennaio 1813 al maggio 1814), venendo ufficialmente nominato nel marzo 1825. In questo stesso anno divenne membro del Collegio Filologico della Facoltà di Lettere, e della Commissione generale consultiva di Antichità e Belle Arti, che aveva compiti di vigilanza e tutela del patrimonio artistico ed archeologico dello Stato Pontificio.

Al Nibby si devono alcune importanti identificazioni: la basilica di Massenzio, poi di Costantino, sino ad allora ritenuta essere il "Tempio della Pace" fatto costruire dall'imperatore Vespasiano (1818); la statua del Gladiatore morente conservata nei Musei capitolini, riconosciuta invece trattarsi di un Galata morente, copia romana di una delle statue facenti parte del monumento di Attalo I di Pergamo, eretto per commemorare la sua vittoria contro i Galati (1821); l'attribuzione, ancora una volta a Massenzio, del circo fin allora ritenuto di Caracalla (1825), e ai fratelli Quinitili dei resti della villa sulla sinistra del V miglio dell'Appia antica (1828-1829).

Dal novembre 1827 ad agosto 1832, inoltre, con Giuseppe Valadier diresse i lavori di scavo della valle del Colosseo e di parte del Foro Romano, che portarono alla luce l'originaria pavimentazione dell'area compresa tra il Colosseo, gli archi di Costantino e di Tito ed il tempio di Venere e Roma, e della zona alle pendici del Campidoglio sin verso l'arco di Settimio Severo.

Tra le sue opere più importanti, si ricordano la Carta de' dintorni di Roma (1827) realizzata insieme con l'archeologo inglese sir William Gell, risultato di cinque anni di ricognizioni topografiche nella Campagna Romana, prima carta archeologica del Lazio realizzata con metodi trigonometrici per posizionare correttamente le varie località sulla carta stessa; l'Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma (1837), a commento della Carta pubblicata nel 1827, opera molto importante per la storia e la topografia della Campagna Romana; e Roma nell'anno 1838, in quattro volumi, considerata una delle migliori guide della città tra quelle scritte nella prima metà dell'800.


Riferimenti bibliografici e fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby
Riferimenti fotografici: 1) https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby#/media/File:Antonio_Nibby.jpg

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Eneide

" Io canto l’armi e l’eroe, che per primo dalle spiagge di Troia, profugo a causa del Destino, venne in Italia dalle coste Lavinie, molto sbattuto sia per terra che per mare dalla forza degli dei, e dalla memore ira della crudele Giunone; avendo anche sopportato molte cose a causa della guerra, finché non fondò la città, e portò gli dei nel Lazio, da cui ebbe origine la stirpe dei Latini, i padri Albani e le mura dell’alta Roma."

 

l'Eneide (PDF) - Aeneis (PDF)

 

Virgilio

Virgilio (Rif.f. 1)

L'Eneide (in latino Aeneis) è un poema della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (tra il 29 ed il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città, che viaggiò fino all'Italia diventando il progenitore del popolo romano.

I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e i Greci provenienti dall'Arcadia - contro i Rutuli e i loro alleati, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci.

Enea è una figura già presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, e si tratta di uno dei personaggi dell'Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande religiosità (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente "mito della fondazione", oltre ad un'epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti Omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendenti dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia.

Virgilio con l'Eneide tra Clio e Melpomene

Virgilio con l'Eneide tra Clio e Melpomene (Rif.f 2)


Riferimenti bibliografici e fonti: http://it.wikisource.org/wiki/Eneide; http://it.wikipedia.org/wiki/Eneide; http://la.wikisource.org/wiki/Aeneis; http://en.wikipedia.org/wiki/Aeneid
Riferimenti fotografici: 1) http://it.wikipedia.org/wiki/File:Virgilio.png; 2) http://it.wikipedia.org/wiki/File:GiorcesBardo42.jpg

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Pasquino

Pasquino

Pasquino (Rif.f 1)

Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città tra il XVI ed il XIX secolo. Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, così che al mattino successivo potessero essere viste e lette da chiunque prima di essere asportate, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette pasquinate, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l'avversione alla corruzione ed all'arroganza dei suoi rappresentanti.

La statua è in realtà un frammento di un'opera in stile ellenistico, risalente probabilmente al III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti, rappresentante forse un guerriero greco. Si è anche sostenuto che si tratti del frammento di un gruppo dello scultore Antigonos raffigurante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente, del quale esiste una copia in marmo conservata nella Loggia dei Lanzi a Firenze, ma l'attribuzione è contestata. Precedenti attribuzioni ritenevano che raffigurasse Aiace con il corpo di Achille oppure Ercole in lotta con i Centauri.

Fu ritrovata nel 1501, proprio nella piazza dove ancora oggi si trova, piazza di Pasquino, durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), di cui si occupava anche il Bramante, eseguita per conto del cardinale Oliviero Carafa, il quale insistette per salvare l'opera, da molti ritenuta invece di scarso valore, e la fece sistemare nell'angolo in cui ancora si trova, applicandovi lo stemma dei Carafa ed un cartiglio celebrativo.

Pasquino in breve tempo divenne fonte di preoccupazione ed irritazione per i potenti presi di mira dalle pasquinate. Famosa è rimasta la pasquinata seicentesca riferita a Papa Urbano VIII Barberini, quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini (ciò che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini), scritta per denunciare le numerosissime depredazioni dei grandi monumenti della Roma antica, come il Colosseo ed il Pantheon, per ricavare prezioso materiale edilizio per la ricostruzione in stile barocco della città. Nel momento, poi, in cui veniva fatto vigilare notte e giorno da guardie, le pasquinate apparivano ancora più numerose ai piedi di altre statue parlanti.

Verso dopo verso, con i suoi commenti, Pasquino simboleggiava il popolo di Roma che punteggiava gli eccessi di un sistema con il quale conviveva con sorniona sufficienza, e segnalava che, per la sua particolare storia, Roma sapeva valutare anche figure che assommavano in sé il massimo potere religioso e di governo, riuscendo a scorgerne le umane modestie e rimarcarne velleità e malefatte. La sua produzione, sostanzialmente, si estinse con la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale.

Si è anche detto che Pasquino sia stato distratto dalla contemporanea messa in circolazione dei sonetti del Belli, che mostravano più di qualche apparentamento nel proseguirne l'opera; in ogni caso la statua tacque, priva del suo antico bersaglio, e fogli appesi non se ne videro più. Tornarono solo saltuariamente. Nel 1938, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino riemerse dal lunghissimo silenzio per notare la vuota pomposità degli allestimenti scenografici, che avevano messo la città sottosopra per settimane:

Povera Roma mia de travertino / te sei vestita tutta de cartone / pe' fatte rimira' da 'n imbianchino!

L'origine del nome Pasquino è avvolta nella leggenda. Secondo alcuni, sarebbe stato un personaggio del rione noto per i suoi versi satirici: forse un barbiere, un fabbro, un sarto o un calzolaio. Secondo altri, mastro Pasquino sarebbe stato un ristoratore che conduceva il suo esercizio nella piazzetta. Un'ipotesi recente sostiene invece che fosse il nome di un docente di grammatica latina di una vicina scuola, i cui studenti vi avrebbero notato delle rassomiglianze fisiche: sarebbero stati questi a lasciare per goliardia i primi fogli satirici.


Riferimenti bibliografici e fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino
Riferimenti fotografici: 1) http://it.wikipedia.org/wiki/File:Pasquino.jpg

argomenti: CURIOSITA', STATUE PARLANTI
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