Antonio Nibby

Antonio Nibby (Roma, 14 aprile 1792 – Roma, 29 dicembre 1839) è stato uno storico, archeologo e topografo italiano.
Nacque a Roma il 14 aprile 1792, in una casa sita al civico 4 di via di Pescaria (oggi via del Portico d'Ottavia 7), e fu battezzato il medesimo giorno nella chiesa di Santa Maria in Publicolis, filiale della Basilica di San Lorenzo in Damaso; l'atto recita testualmente: “Die 14 dicti (aprile). Antonium, Georgium, Ardalionem natum hoc mane ex Vincentio Nibbi ab Amatrice et Magdalena Gianni Romana coniugibus, Parochiae S. Mariae in Publiculis (...) baptizavi; matrina Sigismunda Bizzari obstetrix Parochiae ejusdem”. La sua famiglia era originaria di S. Giorgio, frazione di Amatrice, oggi in provincia di Rieti ma all'epoca nel Regno di Napoli. Suo nonno Gaspare Nibbi (è questa la forma regolare del cognome, ancora oggi esistente in diverse frazioni di Amatrice), infatti, si era stabilito sin dalla metà del XVIII secolo a Roma, nella scomparsa piazza Montanara (presso il Teatro di Marcello), dove possedeva una bottega di "salumaro". Solo saltuariamente - e per brevi periodi - Gaspare soggiornò ad Illica, frazione di Accumoli, dove nel 1764 nacque il figlio Vincenzo, padre di Antonio; ma dalla seconda metà del ‘700 Gaspare visse sempre con la famiglia a Roma, dove morì nel 1808. Nel 1783 Vincenzo andò ad aiutare uno zio nella sua bottega con annessa abitazione in via di Pescaria, poco lontano da uno dei portoni del Ghetto, che rilevò nel 1788, dove nacque Antonio, e nella quale visse sino alla morte (1813). Antonio Nibby morì a Roma, nella sua casa di via di Ripetta 210, dove viveva sin dal 1824, a soli 47 anni il 29 dicembre 1839, probabilmente a causa di una polmonite o febbri malariche contratte nel corso delle sue esplorazioni nella Campagna romana, e fu sepolto nel cimitero del Verano, nella piccola cappella del Suffragio.
Dopo aver seguito gli studi nel Collegio Romano, il 28 dicembre 1809, a soli 17 anni, con alcuni compagni di scuola, diversi eruditi e personaggi legati al mondo culturale francese o che ricoprivano incarichi amministrativi a Roma (all'epoca annessa all'Impero Francese), fondò l'Accademia Ellenica per promuovere gli studi sulla lingua e letteratura greca. A causa di alcuni dissidi, tuttavia, nell'aprile 1813 ventisei soci (tra cui il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli) se ne distaccarono fondando una nuova accademia, denominata Tiberina, che diversamente dall'Ellenica si ricollegava alla tradizione culturale romana. Ristabilito il governo pontificio (24 maggio 1814), l'Accademia Ellenica fu soppressa, in quanto ritenuta troppo legata al passato governo francese, mentre l'Accademia Tiberina poté continuare le proprie adunanze. Il 2 dicembre 1815 sposò Maria Valburga Viviani, originaria di Lucca, dalla quale ebbe undici figli, di cui sette sopravvissuti.
Dal 1816, divenuto membro dell'Accademia Romana di Archeologia (ed in seguito di numerose altre Accademie, italiane ed estere), ebbe inizio la sua produzione scientifica: a parte la Descrizione della Grecia di Pausania (1817-1818), unico esempio di una sua traduzione (criticata da Giacomo Leopardi), i suoi due principali ambiti di ricerca furono lo studio della topografia di Roma e della Campagna romana, e l'attività divulgativa sotto forma di guide - come, per esempio la riedizione della Roma antica di Famiano Nardini arricchita di note ed osservazioni critico-antiquarie (1818-1820) e l'Itinerario istruttivo di Roma antica e moderna [...] e delle sue vicinanze del cavaliere M. Vasi antiquario romano, riveduta, corretta ed accresciuta da A. Nibby (1818), che conobbe numerose ristampe ed aggiornamenti per tutto il XIX secolo e fu molto apprezzata da coloro che si recavano a Roma nel corso del Grand Tour - e di "viaggi antiquari" (Ne' contorni di Roma, lungo la via Portuense, a Villa Adriana, alla villa di Orazio e a Subiaco, ad Ostia). Di questa rinnovata guida, l'edizione più nota è quella che ha le immagini incise da Gaetano Cottafavi e da Domenico Amici.
Nel dicembre 1820 divenne professore di archeologia nell'Archiginnasio romano della Sapienza, incarico che mantenne sino alla morte. Nel 1822 fu richiamato quale scrittore di lingua greca alla Biblioteca Vaticana (lo era già stato dal gennaio 1813 al maggio 1814), venendo ufficialmente nominato nel marzo 1825. In questo stesso anno divenne membro del Collegio Filologico della Facoltà di Lettere, e della Commissione generale consultiva di Antichità e Belle Arti, che aveva compiti di vigilanza e tutela del patrimonio artistico ed archeologico dello Stato Pontificio.
Al Nibby si devono alcune importanti identificazioni: la basilica di Massenzio, poi di Costantino, sino ad allora ritenuta essere il "Tempio della Pace" fatto costruire dall'imperatore Vespasiano (1818); la statua del Gladiatore morente conservata nei Musei capitolini, riconosciuta invece trattarsi di un Galata morente, copia romana di una delle statue facenti parte del monumento di Attalo I di Pergamo, eretto per commemorare la sua vittoria contro i Galati (1821); l'attribuzione, ancora una volta a Massenzio, del circo fin allora ritenuto di Caracalla (1825), e ai fratelli Quinitili dei resti della villa sulla sinistra del V miglio dell'Appia antica (1828-1829).
Dal novembre 1827 ad agosto 1832, inoltre, con Giuseppe Valadier diresse i lavori di scavo della valle del Colosseo e di parte del Foro Romano, che portarono alla luce l'originaria pavimentazione dell'area compresa tra il Colosseo, gli archi di Costantino e di Tito ed il tempio di Venere e Roma, e della zona alle pendici del Campidoglio sin verso l'arco di Settimio Severo.
Tra le sue opere più importanti, si ricordano la Carta de' dintorni di Roma (1827) realizzata insieme con l'archeologo inglese sir William Gell, risultato di cinque anni di ricognizioni topografiche nella Campagna Romana, prima carta archeologica del Lazio realizzata con metodi trigonometrici per posizionare correttamente le varie località sulla carta stessa; l'Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma (1837), a commento della Carta pubblicata nel 1827, opera molto importante per la storia e la topografia della Campagna Romana; e Roma nell'anno 1838, in quattro volumi, considerata una delle migliori guide della città tra quelle scritte nella prima metà dell'800.

Riferimenti bibliografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby
Riferimenti fotografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Nibby#/media/File:Antonio_Nibby.jpg

argomenti: 
condividi:

Colosseo – Galleria fotografica


clicca sulle immagini con il tasto sinistro per aprirle ed ingrandirle; clicca sulle immagini con il tasto destro (salva immagine con nome...) per scaricarle; utilizza e scarica liberamente le immagini citando la fonte e l'attribuzione: " Foto Archivio TUaROMA.it "


condividi:

Colonna Traiana

La Colonna Traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano: rievoca infatti tutti i momenti salienti di quella espansione territoriale. Si tratta della prima colonna coclide mai innalzata. Era collocata nel Foro di Traiano, in un ristretto cortile alle spalle della Basilica Ulpia fra due (presunte) biblioteche, dove un doppio loggiato ai lati ne facilitava la lettura. È possibile che una visione più ravvicinata si potesse avere salendo sulle terrazze di copertura della navata laterale della Basilica Ulpia o su quelle che probabilmente coprivano anche i portici antistanti le due biblioteche. Una lettura "abbreviata" era anche possibile senza la necessità di girare intorno al fusto della colonna per seguire l'intero racconto, seguendo le scene secondo un ordine verticale, dato che la loro sovrapposizione nelle diverse spire sembra seguire una logica coerente.
La Colonna Traiana fu una novità assoluta nell'arte antica e divenne il punto di arrivo più all'avanguardia per il rilievo storico romano. Nella Colonna Traiana si assiste per la prima volta nell'arte romana a un'espressione artistica nata legittimamente autonoma in ogni suo aspetto (anche se culturalmente in continuazione del ricco passato).
La colonna coclide fu inaugurata nel 113, con un lungo fregio spiraliforme che si avvolge, dal basso verso l'alto, su tutto il fusto della colonna e descrive le guerre di Dacia (101-106), forse basandosi sui perduti Commentarii di Traiano e forse anche sull'esperienza diretta dell'artista. L'iscrizione dei Fasti ostienses ci ha tramandato anche la data dell'inaugurazione, il 12 maggio.
La colonna aveva una funzione pratica, testimoniata dall'iscrizione, cioè ricordare l'altezza della sella collinare prima dello sbancamento per la costruzione del Foro ed accogliere le ceneri dell'imperatore dopo la sua morte. Inoltre il fregio spiraliforme ricordava a tutti le imprese di Traiano celebrandolo come comandante militare.
La Colonna rimase sempre in piedi anche dopo la rovina degli altri edifici del complesso traianeo e le fu sempre attribuita grande importanza: un documento del Senato medievale del 1162 ne stabiliva la proprietà pubblica e ne proibiva il danneggiamento.
Una piccola chiesa (San Niccolò de Columna), che doveva sorgere ai piedi del monumento, è ricordata a partire dal 1032, insieme ad un oratorio posto sulla sommità della Colonna, ma risale forse all'VIII-IX secolo. La chiesa fu probabilmente eliminata in occasione della venuta a Roma di Carlo V nel 1546. Sempre nel corso del XVI secolo si fece spazio intorno alla Colonna con l'eliminazione di alcuni edifici privati, mentre il basamento fu parzialmente liberato dall'interro. Sotto papa Sisto V, nel 1588, con il restauro ad opera di Domenico Fontana, si pose sulla sommità del fusto la statua in bronzo di san Pietro e fu eretto un muro di recinzione.
Nel 1787 Goethe durante la sua lunga permamenza a Roma racconta d'essere salito sulla colonna Traiana e di aver visto da lì il panorama della capitale: « Salii verso sera sulla colonna Traiana, da cui si gode un panorama incomparabile. Visto di lassù, al calar del sole, il Colosseo sottostante si mostra in tutta la sua imponenza; vicinissimo è il Campidoglio, più addietro il Palatino e il rimanente della città. Poi, a tarda ora, tornai a casa passeggiando lentamente per le vie. Un luogo straordinario è la piazza di Monte Cavallo con l'obelisco. »
L'area con il basamento in vista venne ancora sistemata e ripulita a più riprese fino ai primi scavi degli inizi del XIX secolo.
La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 39,86 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). L'ordine della colonna è quello dorico riadattato, come testimoniano alla sommità le scanalature sotto il fregio spiraliforme, il capitello decorato da un kyma a ovoli e con la base a forma di corona su plinto. La colonna è costituita da 18 colossali blocchi in marmo pario, ciascuno dei quali pesa circa 40 tonnellate ed ha un diametro di 3,83 metri. Essi vanno a comporre i 17 rocchi, la base, il capitello e l'abaco. In origine sulla sommità era collocata una statua bronzea di Traiano.
L'alto basamento è ornato su tre lati da cataste d'armi a bassissimo rilievo. Sul fronte verso la basilica Ulpia è presente un'epigrafe redatta in carattere lapidario romano e sorretta da vittorie, che commemora l'offerta della colonna da parte del senato e del popolo romano e inoltre testimonia come la colonna rappresentasse l'altezza della sella tra Campidoglio e Quirinale prima dei lavori di sbancamento operati da Traiano per la costruzione del Foro. Agli angoli del piedistallo sono disposte quattro aquile, che sorreggono una ghirlanda di alloro. Al di sotto dell'epigrafe si trova la porta che conduce alla cella interna al basamento, dove vennero collocate le ceneri di Traiano e della consorte Plotina e dove comincia una scala a chiocciola di 185 scalini per raggiungere la sommità. La scala venne illuminata da 43 feritoie a intervalli regolari, aperte sul fregio ma non concepite all'epoca della costruzione.
I 200 metri del fregio istoriato continuo si arrotolano intorno al fusto per 23 volte, come se fosse un rotolo di papiro o di stoffa, e recano circa 100-150 scene (a seconda di come si intervallano) animate da circa 2500 figure. L'altezza del fregio cresce con l'altezza, da 0,89 a 1,25 metri, in maniera da correggere la deformazione prospettica verso l'alto.
Secondo Salomon Reinach il rilievo è divisibile in 114 riquadri di larghezza uguale, dove sono illustrati gli avvenimenti della prima campagna del 101-102 (scene 1-57) e della seconda campagna dacica del 105-106 (scene 59-114), con al centro una figura allegorica di Vittoria tra trofei nell'atto di scrivere le Res gestae (scena 58).
La narrazione è organizzata rigorosamente, con intenti cronistici. Seguendo la tradizione della pittura trionfale vengono rappresentate non solo le scene "salienti" delle battaglie, ma esse sono intervallate dalle scene di marcia e trasferimenti di truppe (12 episodi) e da quelle di costruzione degli accampamenti e delle infrastrutture (ben 17 scene, rappresentate con estrema minuzia nei dettagli). In questa scansione degli eventi compaiono poi gli avvenimenti significativi dal punto di vista politico, come il consilium (scena 6), l'adlocutio (scene 11, 21, 33, 39, 52-53, 56, 77 e 100), la concessione degli ornamenta militaria, di legatio (ambascerie), di lustratio (sacrifici augurali), di proelium (battaglie o guerriglia), di obsidio, di ambascerie, di sottomissioni, di nemici catturati; a queste vanno aggiunte alcune scene più specificatamente propagandistiche, come le torture dei prigionieri romani da parte dei Daci (scena 33), il discorso di Decebalo (104), il suicidio dei capi daci col veleno (scene 104 e 108), la presentazione della testa di Decebalo a Traiano (109), l'asportazione del tesoro reale (103).
Le scene sono ambientate in contesti ben caratterizzati, con rocce, alberi e costruzioni: per questo sembrano riferirsi ad episodi specifici ben presenti nella mente dell'artefice, piuttosto che a generiche rappresentazioni idealizzate.
Non mancano notazioni più puramente temporali, come la mietitura del grano (scena 83) per alludere all'estate quando si svolsero gli avvenimenti della seconda campagna dell'ultima guerra: importante ruolo hanno tutti quei dettagli capaci di chiarire allo spettatore il momento e il luogo di ciascun avvenimento rappresentato, secondo uno schema il più chiaro e didascalico possibile.
Completava il rilievo un'abbondantissima policromia, spesso più espressiva che naturalistica, probabilmente con nomi di luoghi e personaggi, oltre a varie armi in miniatura in bronzo messe qua e là in mano ai personaggi (spade e lance non sono infatti quasi mai scolpite), e ora del tutto perdute.
La figura di Traiano è raffigurata 59/60 volte e la sua presenza è spesso sottolineata dal convergere della scena e dello sguardo degli altri personaggi su di lui; è alla testa delle colonne in marcia, rappresentato di profilo e con il mantello gonfiato dal vento; sorveglia la costruzione degli accampamenti; sacrifica agli dei; parla ai soldati; li guida negli scontri; riceve la sottomissione dei barbari; assiste alle esecuzioni.
Un ritmo incalzante, d'azione, collega fra loro le diverse immagini il cui vero protagonista è il valore, la virtus dell'esercito romano. Note drammatiche, patetiche, festose, solenni, dinamiche e cerimoniali s'alternano in una gamma variata di toni e raggiungono accenti di particolare intensità nella scena della tortura inflitta dalle donne dei Daci ai prigionieri romani dai nudi corpi vigorosi, nella presentazione a Traiano delle teste mozze dei Daci, nella fuga dei Sarmati dalle pesanti armature squamate, nel ricevimento degli ambasciatori barbari dai lunghi e fastosi costumi esotici, fino al grandioso respiro della scena di sottomissione dei Daci alla fine della prima campagna, tutta impostata sul contrasto fra le linee verticali e la calma solenne del gruppo di Traiano seduto, circondato dagli ufficiali con le insegne, e le linee oblique e la massa confusa dei Daci inginocchiati con gli scudi a terra e le braccia protese ad invocare la clemenza imperiale.
La realizzazione del monumento richiese una tecnica complessa e una avanzata organizzazione e coordinamento tra le maestranze che lavoravano nel cantiere. Si trattava infatti di sovrapporre blocchi di marmo del peso di circa 40 tonnellate e di farli combaciare perfettamente, tenendo conto sia dei rilievi, probabilmente già sbozzati e successivamente rifiniti in opera, sia della scala a chiocciola interna, che doveva già essere stata scavata nei rocchi prima della collocazione.
L'artista dovette molto probabilmente ricopiare un modello disegnato, infatti sono numerosi i motivi "pittorici" del rilievo. Qui di seguito alcune immagini della colonna (ad alta definizione) vista da diverse angolazioni.
La Colonna Traiana è la prima espressione dell'arte romana nata in maniera completamente autonoma in ogni sua parte (sebbene si ponga in continuazione con le esperienze del passato). Con i rilievi della colonna l'arte romana sviluppò ulteriormente le innovazioni dell'epoca flavia, arrivando a staccarsi definitivamente dal solco ellenistico, fino a una produzione autonoma, e raggiungendo vertici assoluti, non solo della civiltà romana, ma dell'arte antica in generale. In un certo senso vi confluirono organicamente la tradizione artistica dell'arte ellenistica (e quindi classica) e la solennità tutta romana dell'esaltazione dell'Impero.
I duecento metri di narrazione continua sono privi, come scrive Ranuccio Bianchi Bandinelli, "di un momento di stanchezza ripetitiva, di una ripetizione, insomma, di un vuoto nel contesto narrativo".
La grande qualità del rilievo ha fatto attribuire le sculture ad un ignoto "Maestro delle Imprese di Traiano", al quale forse si deve anche il cosiddetto "Grande fregio di Traiano" le cui lastre sono reimpiegate sull'Arco di Costantino. La ricchezza di dettagli e accenti narrativi fu probabilmente dovuta a un'esperienza diretta negli avvenimenti.
Guardando ai periodi anteriori si ha difficoltà a trovare un modello di riferimento per la Colonna e il suo rilievo storico. Sicuramente l'autore dei rilievi dovette attingere alla tradizione della pittura trionfale romana (i pannelli dipinti che venivano esposti durante i trionfi dei generali vittoriosi, che mostravano al popolo le scene più salienti delle campagne militari), dei quali ci restano però solo descrizioni letterarie. Il caso più vicino sono i rilievi del Mausoleo di Glanum in Francia, dove è già presente la linea di profilo delle figure lavorata a trapano corrente. Inoltre le figure di caduti abbandonati, privi dell'organica connessione anatomica delle varie parti del corpo, quali oggetti ormai inanimati, sono prese dal "barocco" pergameneo e dimostra come l'artista del fregio della colonna avesse appieno assimilato l'arte ellenistica sviluppandola ulteriormente.
Già nella tarda epoca flavia, superato il neoatticismo augusteo, si era andata formando un'arte romana abbastanza autonoma, derivata dal convergere di rinnovate influenze con l'ellenismo delle città dell'Asia Minore e della tradizione locale (arte plebea già presente nell'Ara Pacis o nella base dei Vicomagistri). Mancava però ancora una personalità artistica che da questo amalgama sapesse comporre forme dotate di valori culturali e formali, di inventiva e di espressione, superando la routine "artigiana" media, per quanto abilissima. Fu solo con l'anonimo artista che diresse i lavori della Colonna Traiana che si raggiunsero questi traguardi.
Anche lo stile espressivo è nuovo, con un rilievo molto basso, per non alterare la linea architettonica della colonna, talvolta anche in negativo, spesso risaltato da un solco di contorno e ricco di variazioni espressive per rendere efficacemente l'effetto dei materiali più disparati (stoffe, pelli, alberi, corazze, fronde, rocce, ecc.).
Il realismo domina nella narrazione e l'unico elemento simbolico è la personificazione dell'imponente e solenne Danubio barbato che, emergendo dal suo letto, invita i Romani a passare (scena 4). Nella rappresentazione dello spazio e del paesaggio, nelle scene d'azione piene di dinamismo, nel naturalismo cui è improntata la rappresentazione della figura umana si sente ancora viva la tradizione dell'organicità naturalistica greca. Tipicamente romana è poi la narrazione, chiara e immediata, secondo i caratteri dell'arte plebea. La realizzazione non può però dirsi "plebea", per via della grande varietà di posizioni e atteggiamenti, che evita sempre le composizione "paratattiche", cioè le figure isolate semplicemente accostate.
Studiata è la ricerca di variazioni nelle scene analoghe che si ripetono; la costruzione degli episodi, soprattutto quelli di battaglia, è sapientemente progettata con linee spezzate che movimentano l'insieme; la figura dell'imperatore è esaltata nella sua personalità razionale e cosciente, ma non è mai sovrumana.
Gli abbondanti e precisi riferimenti al paesaggio, i particolari realistici di ponti, fortini, accampamenti, la rappresentazione di fiumi o di accampamenti a volo d'uccello ha probabilmente dietro di sé la tradizione romana delle “pitture trionfali", cioè di quei pannelli illustrati che, portati in processione nei trionfi dei generali vittoriosi, mostravano al popolo le scene più salienti delle campagne militari.
Artifici e convenzioni rappresentative che permettono lo scandire del continuum delle scene sono talvolta le prospettive ribaltate o a volo d'uccello, l'uso di utilizzare una scala diversa per i paesaggi e costruzioni, rispetto a quella delle figure, ecc. Un bordo irregolare e mosso e un bassissimo rilievo alludono alle stoffe, e inoltre le figure sono evidenziate da un profondo solco a trapano corrente sui bordi, secondo un artificio ellenistico già riscontrato nell'arte romana del I secolo in Gallia Narbonense.
Ma la valenza dei rilievi della Colonna non si limita al mero aspetto tecnico e formale, ma investe profondamente anche il contenuto, segnando uno dei capolavori della scultura di tutti i tempi.
Le figure nei rilievi storici romani, dalla pittura repubblicana nella necropoli dell'Esquilino ai rilievi dell'Ara Pacis, sono formalmente corrette e dignitose, ma prive di quella vitalità che le rende inevitabilmente compassate. Nemmeno il vivissimo plasticismo dei rilievi nell'arco di Tito si era tradotto in un superamento della freddezza interiore delle raffigurazioni.
La Colonna Traiana è invece percorsa da una tensione del racconto continua e densa di valori narrativi, che rendono le scene di sacrificio "calde", le battaglie veementi, gli assalti impetuosi, i Daci fieri e disperati, la dignità di guerriero di Decebalo. I nemici appaiono eroicamente soccombenti alla superiorità militare di Roma (un elemento anche legato alla propaganda del vincitore). Scene dure, come i suicidi di massa o la deportazione di intere famiglie, sono rappresentati con drammatica e pietosa partecipazione. Il senso di rispetto umano per il nemico battuto è un retaggio della cultura greca, che si troverà fino ai ricordi di Marco Aurelio a proposito dei Sarmati.
Traiano, come si è detto sopra, compare 59 volte nei rilievi della Colonna. La sua rappresentazione è sempre realistica ed esprime, con gesti misurati, con sguardi fissi e composizioni ben architettate, la sua attitudine al comando, la sua saggezza, la sua abilità militare; non è però mai ammantato di significati retorici, di capacità sovrumane o attributi adulatori; la sua è una rappresentazione dalla quale scaturisce oggettivamente la levatura morale, senza artifici.
Si può quindi dire che i rilievi non abbiano un carattere celebrativo o encomiastico, ma piuttosto documentario.
Questa attitudine verso l'imperatore Optimus Princeps ("primo funzionario" dello Stato) era frutto del particolare clima morale diffuso attorno alla sua figura. Tra le tante piccole immagini spicca quella del colloquio di Traiano con uno dei suoi comandanti (forse Lucio Licinio Sura) durante la seconda campagna dacica: con grande semplicità formale l'imperatore è raffigurato disincantatamente mentre spiega un piano al generale fissandolo negli occhi e distendendo i palmi delle mani davanti a lui, secondo un intenso rapporto di fiducia e rispetto tra lui e il subordinato, di un colloquio intelligente e virile, privo di qualsiasi retorica o cortigianeria.
Attribuzione
I rilievi della Colonna vengono attribuiti a un generico Maestro delle Imprese di Traiano (o Maestro della Colonna Traiana), che sicuramente curò il disegno di tutto il rilievo, anche se nella realizzazione pratica di un'opera così vasta è ovvio immaginare i contributi di una bottega. Si tratta sicuramente della più notevole personalità artistica nel campo dell'arte romana ufficiale. L'anonimo scultore fu in grado di fondere gli aspetti formali derivanti dall'arte ellenistica (la rappresentazione dello spazio e del paesaggio, la graduazione e sovrapposizione di piani, la connessione organica tra le scene e i singoli elementi all'interno di esse) con i contenuti storici e tipicamente narrativi dell'arte romana.
Di questo periodo ci è però giunto solo un nome di scultore, Marcus Ulpius Orestes, probabilmente un liberto autore di un rilievo firmato oggi al Louvre. Egli non può essere l'artista della Colonna Traiana perché dovette operare già nell'età adrianaea. Non ci sono nemmeno elementi per identificarlo con l'architetto Apollodoro di Damasco (progettista del Foro di Traiano), se non la labile constatazione della strettissima collaborazione tra architetto e scultore nelle opere traianee.
La Colonna Traiana, anche grazie alla sua notevole capacità comunicativa, attraverso i secoli ha dato spunto ad innumerevoli riprese e citazioni, partendo fin da pochi anni dalla sua erezione con la Colonna Aureliana per finire ad ispirare architetture più recenti a noi, dove si è applicata anche una reinvenzione della funzione della colonna.
Antichità
Nell'arco di Costantino è inserito un lungo fregio di epoca traianea spezzato in quattro tronconi ma facente parte originariamente quasi sicuramente di un unico rilievo. Esso, ricco di vibranti figure a basso rilievo, è strettamente connesso con l'arte della Colonna, tanto che alcuni storici hanno azzardato che provenga dalla stessa officina del Maestro delle Imprese di Traiano. Un altro riflesso del Maestro delle Imprese di Traiano si trova in alcuni dei rilievi dell'arco di Benevento (del 114).
La colonna Traiana fece da modello alla Colonna di Marco Aurelio, sempre a Roma, eretta circa ottant'anni dopo (180-193 circa). Il fregio della Colonna aureliana però, a pari altezza, fa solo 21 giri, con figure quindi più alte nel rilievo e più scavate dal trapano che crea chiaroscuri più netti; le semplificazioni e le convenzioni dell'arte plebea e provinciale appaiono qui ben manifeste, segno di un superamento più avanzato dei modi ellenistici; anche nel contenuto le differenze sono notevoli, con la comparsa di elementi soprannaturali e irrazionali (come il miracolo della pioggia o quello del fulmine), sintomo di tempi ormai profondamente mutati.
Ne seguirono numerose altre anche in epoca tardo antica a Costantinopoli al tempo degli imperatori Teodosio I, Arcadio e Giustiniano I (Colonna di Teodosio, Colonna di Arcadio, Colonna di Giustiniano).
Modernità
Opere che si ispirano alla colonna si sono susseguite anche in epoche assai più tarde come ci mostra l'esempio della Colonna Vendôme, eretta nel 1810 a Parigi da Napoleone I dopo la Battaglia di Austerlitz a imitazione di «quella innalzata a Roma, in onore di Traiano».
Nel 1830-34 fu eretta a San Pietroburgo la colossale Colonna di Alessandro, in onore dello zar Alessandro I per la sua vittoria contro l'armata di Napoleone.
Altre opere ispirate alla Colonna di Traiano sono: i campanili gemelli della chiesa di San Carlo Borromeo di Vienna; il campanile di San Massimo all'Adige; la Colonna Astoria, ad Astoria, Oregon; la Colonna del Congresso, a Bruxelles; la colonna del monumento a G. Washington, a Baltimora; l'edicola funebre dell'industriale Antonio Bernocchi presso il Cimitero Monumentale di Milano (1936)

https://it.wikipedia.org/wiki/Colonna_Traiana

argomenti:  
condividi:

Palazzo del Quirinale

Il Palazzo del Quirinale, sorge in un luogo che, per posizione elevata e particolare salubrità, ha ospitato fin dall’antichità nuclei residenziali, edifici pubblici e di culto: il colle del Quirinale. Un massiccio collinoso che ebbe grande importanza strategica e fu saldamente fortificato fin dall’età più antica; nel IV secolo a.C., fu compreso nella cinta muraria della città.

Il Quirinale con frontespizio di Nerone, Aloisio Giovannoli, 1616 - Rif.f.1

Il Quirinale con frontespizio di Nerone, Aloisio Giovannoli, 1616 - Rif.f.1

Qui sorse il tempio del dio Quirino che impose il nome al colle. Le presenze più imponenti furono certamente quelle delle terme di Costantino e del tempio di Serapide, edificato da Caracalla nel 217 d.C., da cui provengono i due gruppi scultorei dei Dioscuri che trattengono per le briglie i cavalli scalpitanti, la cui costante presenza portò il colle ad assumere il nome di Monte Cavallo. Un’area, quella del Quirinale, che si connotò fin dall’età repubblicana come area insediativa di tipo aristocratico, una particolare connotazione conservata anche in età imperiale; molte le residenze signorili tra cui quelle della Gens Flavia, dei Claudi e del poeta Marziale.

I Dioscuri, Battista Pittoni, 1520

I Dioscuri, Battista Pittoni, 1520 - Rif.f.2

Nel Medioevo il colle si popolò di chiese, palazzetti gentilizi e torri, mentre gli edifici antichi andavano in rovina ed i loro marmi cominciavano ad essere utilizzati per costruire nuove fabbriche. Nel '400 e all'inizio del '500, intorno alla piazza e lungo l'attuale via del Quirinale, si disposero palazzi e ville di nobili e prelati tra i quali il cardinale Oliviero Carafa, proprietario di una villa con vigna sul luogo dove oggi sorge il Palazzo del Quirinale. Nel 1550 la villa Carafa venne presa in affitto dal cardinale Ippolito d'Este, proprietario della Villa d'Este a Tivoli, che trasformò la vigna in un elaboratissimo giardino, arricchito da fontane, giochi d'acqua e sculture antiche. La bellezza ed amenità della vigna indussero papa Gregorio XIII a far ampliare la piccola villa affidando l'incarico del nuovo fabbricato all'architetto Ottaviano Mascarino, che realizzò un’elegante villa con facciata a portico e loggia collegate internamente da una splendida scala elicoidale; al progetto del Mascarino si deve anche il cosiddetto torrino, il belvedere che corona la palazzina. Alla morte di Gregorio XIII, il successore Sisto V acquistò dai Carafa la villa di Monte Cavallo per farne la sede estiva del pontificato. La piccola villa costruita dal Mascarino non era però sufficiente ad accogliere la corte pontificia ed a soddisfarne le esigenze di rappresentanza, per questo Sisto V affidò all'architetto Domenico Fontana l'incarico di ampliare l'edificio costruendo una lunga ala verso la piazza ed un secondo palazzo su via del Quirinale, così da formare un ampio cortile interno. Inoltre, lo incaricò di sistemare la piazza, provvedendo anche al restauro del gruppo scultoreo dei Dioscuri che fu completato con l'aggiunta di una fontana. Particolarmente significativo fu, poi, l'intervento di Clemente VIII, che concentrò le sue attenzioni sul giardino, ordinando tra l'altro la costruzione della monumentale Fontana dell'organo, ornata di mosaici, stucchi, statue ed animata dal suono di un organo ad acqua.

L'architettura del Palazzo, nell'aspetto che ancora oggi mantiene, fu portata a compimento nel corso del pontificato di Paolo V. L'architetto Flaminio Ponzio si occupò della costruzione dell'ala verso il giardino comprendente, tra l'altro, lo Scalone d'onore, la grande sala del Concistoro, oggi Salone delle Feste, e la Cappellina dell'Annunziata, affrescata da Guido Reni. Alla morte del Ponzio, nel 1613, gli subentrò Carlo Maderno, responsabile dell'intera ala sulla via del Quirinale. In questa parte del Palazzo, Maderno ricavò alcuni ambienti importanti quali la Sala Regia, oggi Salone dei Corazzieri, la Cappella Paolina e gli appartamenti papali. Completata sotto Paolo V l'architettura del Palazzo, nel corso del '600 si procedette alla definizione dei confini ed alla fortificazione dell'intero complesso del Quirinale, che venne esteso quasi fino all'incrocio delle Quattro Fontane.

Papa Urbano VIII fece recintare con un muro l'intero perimetro dei giardini, curò che fosse ampliato il fabbricato destinato all'alloggio delle guardie svizzere e fece costruire un basso torrione di facciata. Oltre a queste opere a carattere puramente difensivo, volle occuparsi anche dei giardini, che furono ampliati e dotati di nuove fontane, mentre a Gianlorenzo Bernini fu affidato il disegno della Loggia delle Benedizioni collocata sopra il portale principale della facciata del Palazzo. Nel corso del '600 fu messa in cantiere anche una delle imprese più rilevanti per la decorazione interna del Palazzo: Alessandro VII commissionò, nel 1656, un fregio ad affresco raffigurante scene dal Vecchio e dal Nuovo Testamento da realizzare nella lunga galleria che correva nell'ala del Palazzo prospiciente la piazza. Il fregio fu realizzato sotto la direzione di Pietro da Cortona, ed oggi è visibile nelle tre sale, Gialla, di Augusto e degli Ambasciatori, in cui la galleria fu divisa nel 1812.

Gli ultimi importanti interventi sull'architettura del complesso del Quirinale e sulle sue adiacenze furono portati a termine entro la prima metà del '700. Tra il 1721 ed il 1730 Alessandro Specchi e Ferdinando Fuga edificarono le Scuderie papali che affacciano sulla piazza all'imbocco di via della Dataria. Ferdinando Fuga fu anche il responsabile del completamento della Manica Lunga e della costruzione, all'estremità di quest'ultima, di una palazzina destinata agli uffici del Segretario delle Cifre, colui che si occupava dei carteggi diplomatici della Santa Sede, che in seguito verrà utilizzata come alloggio prima dei regnanti d'Italia e poi dei Presidenti della Repubblica. A lui si devono anche il Coffee-House nei giardini del Palazzo, e, sulla piazza, il Palazzo della Consulta, che doveva ospitare alcuni uffici e le guardie svizzere.

Veduta della Manica Lunga, secolo XVIII (Rif.f.3)

Veduta della Manica Lunga, secolo XVIII - Rif.f.3

All'inizio dell'800 la storia del Quirinale subisce una svolta che avrà un peso importante anche sulle vicende artistiche del Palazzo. Nel 1809 le truppe dell'esercito napoleonico occuparono Roma, catturando papa Pio VII e deportandolo in Francia; il Quirinale venne scelto dal governo napoleonico come residenza dell'Imperatore. In previsione di un soggiorno a Roma di Napoleone, che non avverrà mai, il Palazzo venne adattato alle nuove esigenze ed alla moda del gusto neoclassico, affidando all'architetto Raffaele Stern la responsabilità dei lavori.

Nel maggio 1814, Pio VII rientrò a Roma e tornò in possesso del Quirinale, adoperandosi subito per cancellare il più possibile le tracce dell'occupazione napoleonica. Fra gli interventi più importanti sono da ricordare gli austeri affreschi della Cappella Paolina e la definitiva sistemazione della Fontana dei Dioscuri. L'ultimo papa a soggiornare al Quirinale fu Pio IX, che lasciò traccia del suo pontificato facendo dipingere le volte di alcune stanze dell'appartamento di Paolo V ed affidando a Tommaso Minardi un dipinto murale di grande impegno quale la Missione degli Apostoli nella Sala degli Ambasciatori.

La Missione degli Apostoli, Tommaso Minardi (Rif.f.4)

La Missione degli Apostoli, Tommaso Minardi - Rif.f.4

Nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia e l'annessione di Roma al Regno d'Italia, il Quirinale divenne residenza della famiglia reale. Per trasformare in reggia l'antico palazzo papale, alcune sale, in particolare dell'ala verso il giardino, vennero completamente ristrutturate adottando, nella maggior parte dei casi, uno sfarzoso stile Luigi XV, cui ben si adattarono i mobili settecenteschi che giunsero dalle regge di tutta Italia. Mobili, quadri, arazzi e varie suppellettili che costituiscono la maggior parte degli arredi che oggi si conservano nel Palazzo, mentre del passato pontificio rimane solo la collezione di grandi vasi orientali, le consoles di fine '600, ed alcuni quadri ed arazzi.

Dopo il 1946 le strutture architettoniche del complesso del Quirinale e gli arredi interni del Palazzo sono rimasti sostanzialmente inalterati; sotto l'amministrazione del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, infatti, sono prevalsi criteri conservativi e di valorizzazione, tesi alla tutela del notevole patrimonio artistico e culturale concentratosi al Quirinale nel corso dei secoli.

Il Portale, Carlo Maderno (Rif.f.5)

Il Portale del Quirinale, Carlo Maderno - Rif.f.5


Riferimenti bibliografici e fonti: www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/storia.htm
Riferimenti fotografici: www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0170.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0128.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0002.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0005.htm, www.quirinale.it/qrnw/statico/palazzo/storia/immagini-htm/f-0169.htm

argomenti:   
condividi:

Palazzo Montecitorio

La storia del palazzo è alquanto travagliata, ed anche il nome è di origine incerta. C'è chi ritiene che in epoca romana vi si svolgessero le assemblee elettorali, da cui mons citatorius, per altri il nome del luogo deriva, invece, dal fatto che vi venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo Marzio, mons acceptorius. L'attuale palazzo, che prese il posto di un preesistente gruppo di case, fu commissionato da papa Innocenzo X al Bernini, come dimora della famiglia Ludovisi. Morto il papa, nel 1655, i lavori furono interrotti per mancanza di fondi e non furono ripresi se non dopo oltre trent'anni, per volontà di un altro pontefice, Innocenzo XII, che decise di installarvi la Curia apostolica. Alla morte del Bernini, il nuovo architetto Carlo Fontana modificò profondamente il progetto berniniano, conservando la caratteristica facciata convessa ma aggiungendovi l'arioso campanile a vela. Fontana dovette invece rinunciare, per volontà del pontefice, causa la mancanza di fondi, a creare un'unica grande piazza al posto delle attuali piazza Colonna e piazza Montecitorio.

Palazzo Montecitorio (Rif.f.1)

La Curia innocenziana fu inaugurata nel 1696, dando acqua alla grande fontana collocata in fondo al cortile semicircolare. Oltre che di tribunali, il palazzo fu anche sede del Governatorato di Roma e della direzione di polizia, divenendo così il centro della vita amministrativa e giudiziaria del governo pontificio. La campana maggiore, che ora suona solo in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica, dava il segno d'inizio delle udienze e la sua precisione nel battere le ore divenne proverbiale a Roma. Tutti i sabato, poi, il popolo accorreva nella piazza antistante per assistere all'estrazione dei numeri del lotto che, come narra Stendhal nelle Passeggiate romane, venivano gridati dal balcone.
Dopo l'unità d'Italia e l'annessione dello Stato pontificio, il trasferimento della capitale a Roma comportò la scelta di sedi adeguate per i massimi organi del Regno. Per la Camera dei deputati, scartate altre soluzioni, tra le quali il Campidoglio e palazzo Venezia, la scelta cadde su Montecitorio; furono, così, avviati con grande rapidità i lavori per adattare il vecchio palazzo alle nuove esigenze. Il compito di edificare l'aula dell'Assemblea fu affidato all’ingegner Paolo Comotto, che vi provvide in tempi molto rapidi, costruendo nel grande cortile una sala semicircolare a gradinate su un'intelaiatura di ferro interamente ricoperta di legno; l'inaugurazione avvenne il 27 novembre 1871.
Per quanto inizialmente lodata, la nuova aula si dimostrò ben presto inadeguata, dotata di una pessima acustica, molto calda d'estate e molto fredda d'inverno, tanto che i deputati vennero autorizzati dal Presidente, nelle giornate particolarmente rigide, a tenere in testa il cappello. Fallito un tentativo di costruire in Via Nazionale un nuovo palazzo del Parlamento, nel 1900 si decise di chiudere l'aula Comotto, trasferire i lavori dell'Assemblea in un'auletta provvisoria, che rimarrà in funzione fino al 1918, ed affidare all'architetto Ernesto Basile il compito di ampliare la sede esistente costruendo un nuovo edificio alle spalle dell'antico. Basile, esponente dello stile liberty italiano, conservò dell'antico palazzo berniniano solo la parte frontale, squadrò il cortile centrale, demolì le ali e la parte posteriore a forma triangolare. Sventrando le vie circostanti per far posto alla piazza del Parlamento, inserì in questo spazio un grosso edificio di travertino e mattoni rossi, di forma quadrata e con quattro torrioni medievaleggianti. Nel disegno degli interni, Basile dispiegò il suo gusto di designer più che di architetto, ottenendo un risultato complessivo in cui la solennità degli ambienti bene si sposa con l'ariosità delle decorazioni e dei dettagli. Ne danno testimonianza, oltre all'aula, i corridoi ed i saloni monumentali, primo fra tutti il famoso transatlantico, che deve il nome all’illuminazione a plafoniera caratteristica delle navi transoceaniche, le aule di commissione, i pavimenti di marmo colorati, i soffitti, gli arredi. Con Basile collaborarono anche altri artisti: Leonardo Bistolfi e Domenico Trentacoste, autori dei gruppi marmorei e della facciata posteriore, Aristide Sartorio, autore del grande fregio pittorico dedicato alla storia del Popolo italiano che circonda l'aula in alto, appena sotto il velario in vetro colorato, opera di Giovanni Beltrami.

Riferimenti bibliografici e fonti: http://nuovo.camera.it/100?sede_camera_descrizione=1&sede_camera=1
Riferimenti fotografici: www.camera.it/serv_cittadini/8180/8185/8279/album_nuovo.asp

argomenti:   
condividi:

Palazzo Madama

Palazzo Madama venne edificato su un terreno ceduto, nel 1478, dai monaci dell'Abbazia imperiale di Farfa alla Francia. I primi importanti lavori di trasformazione furono realizzati quando il palazzo entrò in possesso della famiglia Medici. Il palazzo, infatti, venne restaurato su progetto di Giuliano di Sangallo e vi fu trasferito quello che era rimasto della biblioteca di Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro Papa Leone X, dopo la cacciata degli stessi Medici da Firenze. Alla morte di Leone X, nel 1521, palazzo Madama venne assegnato a suo cugino Giulio de' Medici, che vi aveva lungamente abitato prima di salire al soglio pontificio come Clemente VII. Nel 1534, l'edificio fu ereditato da Alessandro de' Medici; quando morì, nel 1537, venne assegnato alla moglie Margherita d'Austria, detta la Madama, da cui il palazzo prende il nome, figlia naturale di Carlo V e duchessa di Parma e Piacenza, che vi pose la sua residenza.

Palazzo Madama - Stampa del XVI secolo

Palazzo Madama - Stampa del XVI secolo - Rif.f.1

Il palazzo rimase ai Medici ed ai Granduchi di Toscana fino al XVIII secolo anche se non se ne servirono più finché, nel 1725, non andò ad abitarvi Violante di Baviera, cognata di Gian Gastone de' Medici, ultimo rappresentante della famiglia. Palazzo Madama visse allora un ultimo periodo di splendore, fu teatro di balli, feste e sede dell'Arcadia e dell'Accademia dei Quirini. Nel 1737, alla morte del Granduca Gian Gastone, il Granducato di Toscana passò dai Medici ai Lorena, e con esso anche palazzo Madama.
Nel 1755, fu acquistato da Papa Benedetto XIV e divenne palazzo pubblico dello Stato Pontificio; negli anni successivi vi furono installati, fra l'altro, gli uffici del tribunale e la sede della polizia. Nel 1798, ospitò l'ufficio centrale della Repubblica franco-romana. Pio IX lo destinò a sede del ministero delle finanze e del debito pubblico e sembra che, sulla loggia esterna del palazzo, a piazza Madama, venissero estratti, a partire dal 1850, i numeri del lotto. Dal 1851 l'edificio ospitò anche gli uffici delle poste pontificie. Nel febbraio del 1871, palazzo Madama venne scelto come sede del Senato del Regno. Questo evento rese necessari ampi lavori di adattamento e, nello spazio del cortile delle poste pontificie, su progetto dell'ingegner Luigi Gabet, fu realizzata l'Aula dove il Senato del Regno si riunì, per la prima volta, il 28 novembre 1871.

Palazzo Madama

Palazzo Madama - Rif.f.2


Riferimenti bibliografici e fonti: www.senato.it/relazioni/21612/21690/30823/31181/genpagspalla.htm

Riferimenti fotografici: www.senato.it/relazioni/21690/30823/31181/56516/genpagina.htm, www.senato.it/relazioni/21690/30823/31181/56516/genpagina.htm

argomenti:   
condividi:

Traiano

Marco Ulpio Nerva Traiano (in latino: Marcus Ulpius Nerva Traianus; nelle epigrafi: IMPERATOR • CAESAR • DIVI • NERVAE • FILIVS • MARCVS • VLPIVS • NERVA • TRAIANVS • OPTIMVS • AVGVSTVS • FORTISSIMVS • PRINCEPS • GERMANICVS • DACICVS • PARTHICVS; Italica, 18 settembre 53 – Selinus in Cilicia, 8 agosto 117) è stato un imperatore romano, regnante dal 98 al 117.
Fu primo tra gli imperatori ad avere un'origine provinciale (Hispania Baetica), seppure di fatto fosse originario dell'Italia. Valente militare e popolare comandante, venne adottato da Nerva nel 96, succedendogli due anni dopo e dando inizio alla dinastia degli Antonini. Egli era divenuto un importante generale durante il regno dell'imperatore Domiziano, i cui ultimi anni furono segnati da continue persecuzioni ed esecuzioni di senatori romani. Nel settembre del 96, dopo l'assassinio di Domiziano, un vecchio senatore senza figli, Nerva, salì al trono, ma si dimostrò subito impopolare con l'esercito. Dopo un anno breve e tumultuoso al potere, l'opposizione della guardia pretoriana ne aveva ormai indebolito il potere, tanto da costringerlo a difendere il suo ruolo di princeps adottando il più popolare tra i generali del momento, Traiano, e lo fece suo erede e successore. Nerva morì poco dopo, alla fine di gennaio del 98, lasciandogli l'impero senza tumulti e opposizioni.
Sotto Traiano, l'Impero romano raggiunse la sua massima estensione territoriale (6,5 milioni di chilometri quadrati), grazie alle conquiste di Armenia, Assiria e Mesopotamia, subito dopo perdute, ma anche dei territori della Dacia e del regno di Nabatea (Arabia Petrea). La conquista della Dacia portò notevoli ricchezze all'Impero, in quanto ricca di preziosi giacimenti di metalli preziosi come oro e argento. La conquista invece dei territori dei Parti rimase invece incompleta e fragile a causa di una nuova rivolta in Giudea. Egli lasciò alla sua morte una situazione fiorente dell'economica globale, in particolare della parte orientale dell'Impero romano.
Parallelamente alle conquiste territoriali, Traiano condusse un vasto programma di edilizia pubblica che rimodellò la città di Roma, lasciando numerosi monumenti a sua testimonianza, come le grandi terme a lui dedicate, un'ampia area che includeva sia un immenso foro e ampi mercati, sui quali ancor oggi svetta una Colonna di pietra che rappresenta le sue imprese belliche in Dacia. Fu inoltre impegnato in una politica di misure sociali di portata senza precedenti (institutio Alimentaria). Rafforò quindi il ruolo dell'Italia nell'Impero e continuò l'opera di romanizzazione delle province.
Esaltato già dai contemporanei e ricordato dagli storici antichi come Optimus princeps ovvero il migliore tra gli imperatori romani, da molti storici moderni ed esperti è considerato, in virtù del suo operato e delle sue grandi capacità come comandante, amministratore e politico come uno degli statisti più completi e parsimoniosi della storia, e uno dei migliori imperatori romani.
Alla sua morte, Traiano venne deificato dal Senato e le sue ceneri furono poste ai piedi della colonna Traiana. Gli succedette suo figlio adottivo e pronipote, Adriano.

Riferimenti bibliografici: https://it.wikipedia.org/wiki/Traiano

condividi: